Mamma, lei non è morta
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Mamma, lei non è morta

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«Non muoverti di un millimetro, signora», sussurrò la voce dell'uomo di guardia dietro di me.

Sentii il freddo dell'acciaio della pistola premuto con forza contro la pelle del mio collo. Accanto a me, Clara si bloccò con un soffio di terrore, lasciando cadere il cric di ferro che teneva in mano. Il rumore metallico rimbombò lungo il corridoio deserto.

«Portale giù», ordinò l'uomo a un secondo guardiano che era apparso dall'ombra del corridoio.

Venimmo spinte con violenza lungo le scale ed introdotte nel grande salone al piano terra.

L'apparizione mia e di Clara scatenò il caos nella stanza.

Mark fece un passo indietro, lasciando cadere il bicchiere di whisky che teneva in mano. Il vetro si infranse sul pavimento. Il suo volto divenne pallido come quello di un cadavere.

«Elena?!» mormorò, la voce che gli tremava vistosamente. «Come... come hai fatto a trovarci?»

Arthur Vance rimase immobile al centro della stanza, mentre la dottoressa Vane imprecò a bassa voce, incrociando le braccia al petto con uno sguardo pieno di odio.

«Sei un mostro, Mark», dissi, fissando mio marito con un disprezzo così profondo che l'uomo dovette distogliere lo sguardo. «Hai venduto nostra figlia. E adesso volevi uccidere anche Ethan?»

«Elena, ascoltami... non è come credi!» tentò di giustificarsi Mark, muovendo le mani in modo sconnesso. «Io volevo solo salvare la famiglia! Ero rovinato! Arthur mi avrebbe denunciato per frode bancaria, sarei finito in prigione per vent'anni! La dottoressa Vane ha detto che i Vance cercavano un neonato in salute da adottare in modo discreto...»

«Hai scambiato tua figlia per la tua libertà!» urlò Clara, posizionandosi davanti a me. «Sei un verme disgustoso!»

«Zitte tutte e due!» ruggì Arthur Vance, facendo un gesto secco alla guardia armata. «Non siamo qui per fare dibattiti morali. Avete commesso un grave errore a venire fin qui.»

«Pensi che siamo venute da sole?» mentì Clara con incredibile audacia, guardando l'orologio. «La polizia sa esattamente dove ci troviamo! Se non usciamo da questa casa entro dieci minuti, le pattuglie sfondino quel cancello!»

Arthur Vance sorrise freddamente, un sorriso privo di qualsiasi umanità. «Menti, ragazza. Se la polizia sapesse qualcosa, le sirene sarebbero già qui. Avete seguito il segnale di quel telefono cellulare che il ragazzino aveva con sé. Pensavate davvero che non sapessimo del GPS?»

L'uomo tirò fuori dalla tasca il piccolo telefono cellulare di Julian, ormai distrutto a colpi di martello, e lo gettò ai miei piedi.

«Sapevamo che sareste venute», continuò Vance con calma agghiacciante. «Questo semplifica enormemente le cose. Invece di dover inscenare un incidente stradale per te ed Ethan, faremo sembrare che tu e tua sorella abbiate avuto un raptus, siate venute qui per aggredirci e che le guardie abbiano dovuto sparare per legittima difesa.»

«Sei impazzito, Arthur?!» gridò Elizabeth Vance, facendo un passo indietro spaventata. «Non possiamo massacrare due persone nel nostro salone!»

«Taci, Elizabeth!» la zittì il marito con brutalità. «È l'unico modo per proteggere la nostra famiglia e il nome dei Vance! Dottoressa Vane, prenda la bambina ed esca dal retro. Portatela nella villa in Svizzera fino a quando le acque non si saranno calmate.»

La dottoressa Vane annuì rapidamente e si voltò per risalire le scale.

«No!» urlai, provando a lanciarmi contro la Vane, ma la guardia mi colpì con la parte posteriore della pistola alla spalla, facendomi crollare in ginocchio dal dolore.

«Lasciala stare!» gridò Mark, facendo un passo verso la guardia. Ma Arthur Vance lo bloccò afferrandolo per il bavero della giacca.

«Siediti e taci, Mark! Hai rovinato tutto con la tua incompetenza. Ora lascerai fare a me se vuoi evitare il carcere!»

Mentre la Vane saliva le scale, dal piano superiore rimbombò un forte tonfo metallico, seguito da un grido stridulo d'aiuto dell'infermiera.

«Che succede lassù?» gridò la guardia, voltandosi verso le scale.

In quel preciso istante di distrazione, dalla porta della cucina irruppe improvvisamente una figura coperta da un impermeabile bagnato, impugnando un grande estintore a schiuma.

Era Julian.

Con un urlo di rabbia, Julian azionò l'estintore puntandolo direttamente in faccia alla guardia armata. Una nuvola densa e bianca di schiuma chimica investì l'uomo, accecandolo e facendolo tossire violentemente. La pistola gli scivolò dalle mani, ruzzolando sul pavimento.

«Elena! Clara! Correte!» urlò Julian, scaricando il resto dell'estintore verso Arthur Vance ed la seconda guardia.

La stanza piombò nel caos totale. La schiuma chimica riempì il salone, azzerando la visibilità e scatenando il panico.

«La pistola! Prendi la pistola!» gridò Clara.

Mi slanciai a terra tra la schiuma, le mie dita cercarono disperatamente sul pavimento fino a toccare il metallo freddo dell'arma. La impugnai con entrambe le mani, mi rialzai e correi a perdifiato verso le scale, lasciando Julian e Clara a fronteggiare il caos nel salone.

Salii le scale mentre la dottoressa Vane cercava di scendere con la bambina avvolta in una coperta rosa tra le braccia.

Quando mi vide apparire con la pistola puntata contro di lei, la Vane si bloccò sul pianerottolo, con il viso sbiancato dal terrore.

«Dammi mia figlia», dissi con voce bassa, ferimissima, senza che le mie dita tremassero sul grilletto.

«Elena... sii ragionevole...», balbettò la Vane, indietreggiando di un passo. «Possiamo trovare un accordo... posso darti tutti i soldi che vuoi...»

«Dammi mia figlia. Ora!»

In quel momento, dalla stanza in fondo al corridoio uscì Ethan, stringendo tra le mani una pesante lampada da tavolo in ottone che aveva usato per abbattere la porta dove l'avevano rinchiuso.

«Mamma!» urlò Ethan, vedendomi.

La dottoressa Vane guardò me, guardò la pistola, poi guardò Ethan dietro di lei. Capendo di essere intrappolata, serrò le labbra e tentò un ultimo gesto disperato: si voltò di scatto verso la porta della terrazza esterna, spingendo la barriera di vetro per fuggire nella notte piovosa.

Ma non aveva fatto i conti con Ethan.

Mio figlio sporse la gamba con incredibile prontezza, facendo inciampare la dottoressa Vane sul tappeto del corridoio. La donna perse l'equilibrio e cadde rovinosamente a terra.

La coperta rosa volò dalle sue mani.

Mi lanciai in avanti con un balzo disperato, dimenticando la pistola che cadde sul pavimento, e allungai le braccia verso il vuoto.