La vista delle luci lampeggianti dell'auto della polizia riflesse sui vetri dell'ingresso ci fece arretrare nel corridoio. Mark non aveva perso tempo. Aveva usato tutte le sue risorse e le sue conoscenze per mobilitare le forze dell'ordine contro di me, trasformandomi da madre ferita a fuggitiva pericolosa.
«Passiamo dal passaggio di servizio», mormorò Clara, prendendo la mano di Ethan. «Porta al vicolo posteriore dove sono cassonetti della spazzatura. Lì la polizia non sta controllando.»
Scendemmo le strette scale in ferro battuto che portavano alle cantine dello stabile. Il buio era interrotto solo da fioche lampadine appese ai cavi elettrici scoperti. Ethan stringeva la mia mano con una forza sorprendente per un bambino della sua età; non piangeva più, ma il suo silenzio era ancora più doloroso.
Raggiungemmo la porta d'uscita posteriore. Clara la aprì con cautela, sporgendosi appena per controllare che il vicolo fosse sgombro. «È libero. Venite.»
Sbucammo nella strada secondaria, coperti dall'ombra dei grandi edifici commerciali. Camminammo a passo svelto per tre isolati finché non raggiungemmo un piccolo garage sotterraneo dove Clara teneva parcheggiata la sua vecchia utilitaria.
«Dove andiamo adesso?» chiesi, mentre salivamo in auto e Clara avviava il motore.
«A casa di un mio amico, Julian», rispose lei svoltando nel traffico cittadino. «È un informatico, lavora da casa e la sua abitazione non è collegata a nessuno di noi. Lì sarete al sicuro per qualche ora mentre io mi preparo per il galà dei Vance.»
«Vengo con te al galà», dissi categoricamente.
Clara mi guardò attraverso lo specchietto retrovisore. «Elena, ti stanno cercando tutti. Il tuo volto potrebbe essere distribuito alle pattuglie della città entro un'ora. Se ti vedono al Grand Hotel ti arrestano prima ancora che tu possa fare dieci metri.»
«Non posso rimanere ferma ad aspettare che tu faccia tutto da sola!» protestai. «È mia figlia, Clara! Devi farmi entrare.»
Clara sospirò, scuotendo la testa, ma nei suoi occhi vidi che capiva la mia disperazione. «Va bene. Ma non potrai entrare dalla porta principale. I Vance avranno la sicurezza privata all'ingresso. Dovrai usare un pass della stampa come mia assistente fotografa. Ti procurerò degli abiti adatti e degli occhiali per camuffarti.»
Arrivammo all'appartamento di Julian mezz'ora dopo. Era un luogo disordinato, pieno di schermi di computer, cavi e targhe di vecchie conferenze tecnologiche. Julian, un ragazzo magro con gli occhiali spessi, ci accolse con calore senza fare troppe domande dopo che Clara gli ebbe spiegato brevemente la gravità della situazione.
«Potete stare qui quanto volete», disse Julian, offrendo ad Ethan una console di videogiochi per distrarlo. «Manderò un segnale criptato sulla rete della polizia per monitorare le comunicazioni della centrale locale. Così sapremo se si stanno avvicinando.»
Mentre Ethan si sedeva sul divano, apparentemente ipnotizzato dal gioco ma sempre vigile, io mi sedetti al tavolo con Julian e Clara per pianificare la nostra incursione al Grand Hotel.
«Il galà inizia alle venti», spiegò Clara mostrando la mappa dell'hotel sul computer di Julian. «Si terrà nella Sala dei Cristalli al secondo piano. Arthur Vance terrà un discorso verso le ventuno e trenta per annunciare una nuova donazione all'ospedale San Giovanni. La dottoressa Vane sarà sicuramente al suo tavolo VIP.»
«E dove terranno la bambina?» chiesi con l'angoscia che mi stringeva il petto. «Non possono averla portata al galà!»
«No», intervenne Julian, muovendo il mouse per aprire una pianta catastale. «Ma la villa dei Vance a Hillcrest ha una dépendance riservata con un servizio medico privato. Se hanno comprato la bambina tramite la Vane, è lì che la terranno sotto custodia fino a quando non avranno completato la falsificazione dei documenti di adozione.»
«Quindi stasera dobbiamo trovare le prove fisiche che collegano la Vane ai Vance», disse Clara. «Un documento, una conversazione registrata, qualunque cosa che possa demolire la loro copertura di fronte a un procuratore federale.»
Mi guardai allo specchio del bagno di Julian poco dopo. Avevo tagliato i miei lunghi capelli castani fino alle spalle e li avevo tinti di un nero profondo con una tintura rapida acquistata da Clara in un farmacia di passaggio. Indossavo un completo pantalone scuro e portavo una pesante macchina fotografica professionale al collo. Il cambiamento era notevole; a prima vista, nessuno avrebbe riconosciuto la madre disperata cercata dalla polizia.
Prima di uscire, mi inginocchiai davanti ad Ethan. «Tesoro, io e la zia dobbiamo andare a fare una cosa importantissima. Tu rimarrai qui con Julian. Sei al sicuro, capisci?»
Ethan mi guardò negli occhi, tirando fuori dalla tasca la piccola mano che stringeva il cagnolino blu di peluche. «Mamma... dalle questo quando la trovi. Così sa che siamo venuti a prenderla.»
Trattenni le lacrime a stento, prendendo il piccolo peluche e infilandolo nella tasca interna della mia giacca. «Glielo darò. Te lo prometto.»
Alle venti e quindici, io e Clara varcammo l'ingresso di servizio del Grand Hotel. La hall era un trionfo di marmi, lampadari di cristallo e champagne che scorreva a fiumi. Uomini in smoking e donne in abiti da sera scintillanti si muovevano tra i tavoli decorati con fiori freschi.
Mostrammo i pass della stampa alla sicurezza all'ingresso della sala. L'agente diede una rapida occhiata alle mie credenziali stampate da Julian e ci fece passare con un cenno del capo.
Il mio cuore martellava contro le costole mentre scansionavo la sala immensa. E poi li vidi.
Al tavolo d'onore, al centro della sala, sedeva Arthur Vance, un uomo sulla sessantina con i capelli grigi ben curati e un'aria di fredda arroganza. Accanto a lui c'era sua moglie Elizabeth, una donna dall'aspetto tirato e visibilmente nervosa. E seduta alla loro destra, intenta a sorseggiare un calice di vino bianco, c'era la dottoressa Sarah Vane.
Ma ciò che mi fece gelare il sangue fu la figura che entrò nella sala pochi minuti dopo, indossando un elegante smoking nero e salutando gli ospiti con finta cordialità.
Mio marito Mark.
Era lì, a festeggiare insieme alle persone che mi avevano derubata della mia maternità.
Clara mi strinse il braccio con forza. «Rimani calma, Elena. Non guardarlo. Se ti scopre adesso, è finita.»
Mi voltai di spalle, fingendo di fotografare le decorazioni floreali. Ma mentre tenevo l'obiettivo puntato verso il tavolo VIP, notai che la dottoressa Vane si alzava e si dirigeva verso il corridoio riservato che portava agli uffici direzionali dell'hotel.
«Sta andando via», mormorai a Clara.
«Seguila», mi sussurrò lei. «Io rimango qui a tenere d'occhio Mark ed Arthur Vance. Usa il microfono nascosto sulla macchina fotografica se riesci ad avvicinarti a lei.»
Scivolai fuori dalla sala grande, seguendo la sagoma elegante della dottoressa Vane lungo il corridoio moquettato. La vidi entrare in una piccola stanza adibita ad ufficio temporaneo per gli organizzatori dell'evento e chiudersi la porta alle spalle.
Mi avvicinai lentamente, appoggiando l'orecchio alla superficie di legno intarsiato.
Dall'interno della stanza, udii distintamente la voce della Vane, alterata e nervosa, mentre parlava al telefono.
«Ti ho detto che il sangue sulle carte non è il mio problema, Mark! Tuo figlio ha visto troppo! Se quella donna va alla polizia o se l'avvocato dei Vance scopre che c'è un testimone di otto anni, siamo tutti finiti! Devi sistemare la cosa stasera stessa!»
Sentii il mondo crollarmi addosso. Non stavano cercando me.
Stavano cercando Ethan.






