Mamma, lei non è morta
News Story

Mamma, lei non è morta

128 visualizzazioni

Le minacce del dottor Sterling risuonarono come una dichiarazione di guerra nel silenzio del corridoio dell'ospedale. Gli agenti di scorta si frapposero immediatamente tra lui e noi, intimandogli di allontanarsi, ma il suo sorriso di gelida superiorità rimase impresso nella mia mente.

Tornammo nella nostra stanza d'ospedale protetta. La bambina dormiva ancora nella sua culla vicino alla finestra, ignara delle tempeste che continuavano a scatenarsi attorno alla sua piccola vita.

«È un bluff», disse Clara camminando avanti e indietro per la stanza con il cellulare in mano, che continuava a squillare per le richieste d'intervista da parte di tutti i quotidiani del paese. «Sterling sta tentando di spaventarti perché sa che la terra gli sta crollando sotto i piedi.»

«Non credo stia bluffando, Clara», intervenne Julian che stava lavorando sul suo portatile portatile collegato alla rete protetta dell'ospedale. «Ho appena finito di decrittare la seconda parte del database sequestrato nella cassaforte di Mark. Il registro delle 'adozioni speciali' non riguarda solo persone locali come i Vance.»

Ci avvicinammo tutti al suo schermo.

«Guardate qui», disse Julian indicando una lista di dati codificati. «Gli acquirenti includono giudici del tribunale regionale, un sottosegretario di Stato ed un noto armatore straniero. Questo non era un semplice traffico di denaro condotto da un paio di medici disonesti. Era un sistema di favori e ricatti incrociati ai livelli più alti della società.»

Un senso di vertigine mi assalì. Il mio dolore personale, la mia tragedia familiare, erano solo la punta di un iceberg fatto di corruzione e depravazione sistemica.

«Se ci sono figure così potenti coinvolte», dissi con voce tremante, «significa che i giudici locali o la polizia potrebbero coprire le tracce di chi sta sopra Sterling e la Vane.»

«È per questo che ho inviato una copia criptata dell'intero archivio alla Procura Antimafia della capitale», disse Julian con un sorriso d'intesa. «Il procuratore capo ha già aperto un fascicolo d'urgenza secretato ed ha inviato una squadra speciale da fuori regione. I giudici locali non avranno alcuna giurisdizione su questo caso.»

In quel momento si sentì un bussare sommesso alla porta della stanza. Un agente di polizia si affacciò.

«Signora Rossi... c'è una persona fuori che chiede disperatamente di vederla. Dice di essere una madre che ha partorito alla clinica San Giovanni tre mesi fa.»

Guardai Clara e Julian, poi annuii. «Falla entrare.»

La porta si aprì ed entrò una giovane donna di non più di venticinque anni. Indossava un cappotto stazzonato, aveva i capelli disordinati ed il volto segnato da occhiaie profonde e lacrime recenti. Nelle mani stringeva una copia del giornale del mattino con la mia foto in prima pagina.

«È... è vero?» chiese la ragazza con voce spezzata, fermandosi a metà stanza. «È vero quello che ha detto alla televisione? La mia bambina... la mia piccola Maya... mi avevano detto che il suo cuore si era fermato durante il parto...»

Mi alzai ed le andai incontro, prendendole le mani fredde tra le mie. «Sì, è vero. Se ti hanno detto che è morta senza farti vedere il corpo o senza darti spiegazioni chiare, è molto probabile che sia ancora viva.»

La ragazza crollò in ginocchio, scoppiando in un pianto dirotto e disperato che mi lacerò il cuore. Mi inginocchiai con lei, stringendola forte.

«Come ti chiami?» le chiesi dolcemente.

«Mi... mi chiamo Laura», singhiozzò lei. «Tre mesi fa ho partorito alla San Giovanni. Ero sola... il mio compagno mi aveva lasciata... la dottoressa Vane è stata la mia ginecologa. Mi ha detto che ci sono state complicazioni... mi ha dato dei sedativi per tre giorni... quando mi sono svegliata mi hanno dato solo una scatola con degli oggetti personali...»

Clara si avvicinò rapidamente con il blocco note. «Laura, ricordi i nomi delle infermiere o i dettagli dei documenti che ti hanno fatto firmare?»

Laura tirò fuori dalla borsa una busta di carta stropicciata. «Ho tenuto tutto... tutte le cartelle cliniche. Non ho mai creduto del tutto a quello che mi avevano detto... ma ero troppo debole per lottare da sola.»

Julian prese i fogli di Laura e cominciò ad esaminarli immediatamente. Dopo pochi minuti di confronto con il database decrittato, i suoi occhi si sgranarono.

«Laura...», disse Julian con voce tremante dall'emozione. «Il nome di tua figlia compare nel registro. È stata registrata con il codice 'S-88' ed è stata trasferita ad un'altra clinica privata nella capitale un mese fa.»

«È viva?!» urlò Laura, sgranando gli occhi tra le lacrime. «Mia figlia è viva?!»

«È viva», confermò Julian. «E con le cartelle cliniche che ci hai portato ed il codice del registro, la Procura può emettere un ordine di perquisizione immediato per quella struttura entro stasera!»

Quel momento fu la svolta definitiva. La mia scelta di parlare pubblicamente non aveva solo salvato mia figlia; stava aprendo una diga che avrebbe riportato decine di bambini rubati tra le braccia delle loro vere madri.

Ma mentre ci abbracciavamo in quel momento di speranza condivisa, le luci della stanza d'ospedale improvvisamente tremarono e si spensero del tutto, facendo piombare la stanza nell'oscurità.

Dall'esterno dell'edificio risuonò il suono acuto e spaventoso dell'allarme antincendio generale dell'ospedale.