Le prime luci dell’alba tingevano le cime delle Dolomiti di un rosa pallido e spettrale quando due fuoristrada dei Carabinieri del Nucleo Antisofisticazioni e Sanità (NAS) di Treviso, affiancati da una pattuglia del comando provinciale non compromessa, bloccarono gli accessi principali della Residenza Bellunese.
Elena Moretti sedeva sul sedile posteriore del primo veicolo militare, avvolta in una coperta termica fornita dai soccorritori. Il suo viso era segnato dalla stanchezza e dal gelo della notte trascorsa nella vecchia miniera, ma i suoi occhi brillavano di una determinazione implacabile. Accanto a lei, il capitano dei Carabinieri De Luca controllava i documenti del mandato d’accesso straordinario firmato direttamente dal Procuratore capo di Venezia.
«Signora Moretti, siamo pronti», disse il capitano De Luca con voce calma e professionale, sistemandosi il berretto d’ordinanza. «I suoi riscontri digitali e la chiavetta USB che ci ha consegnato hanno sbloccato l’autorizzazione per una perquisizione totale e immediata della struttura. Nessuno potrà ostacolarci.»
Elena annuì lentamente, guardando la facciata severa della casa di riposo attraverso il finestrino appannato. Era il momento della resa dei conti.
I carabinieri scesero dai veicoli in formazione rapida, dirigendosi decisi verso l'ingresso principale. La pesante porta a vetri fu aperta con una spinta decisa, cogliendo completamente di sorpresa il personale di turno a quell'ora mattutina.
Mauro, il custode notturno, si trovava ancora alla reception intento a raccogliere le carte della sera precedente. Alla vista dei carabinieri in uniforme con le fasce dei NAS, il suo volto perse ogni colore. Tentò di allungare la mano verso il cassetto della scrivania dove teneva un mazzo di chiavi speciali, ma un carabiniere lo bloccò prontamente, immobilizzandogli i polsi con le fascette di sicurezza.
«Fermo lì! Mani dove possiamo vederle!» ordinò secco il militare.
In quel preciso istante, il direttore G. Valeri sbucò dal corridoio della direzione sanitaria, indossando ancora l'abito elegante della sera prima, con i capelli leggermente scompigliati. Alla vista delle divise, il suo volto si contrasse in un ghigno di rabbia mista a terrore.
«Ma che significa questa pagliacciata? Avete un mandato? Io pretendo di chiamare il mio avvocato e...» iniziò a urlare Valeri con voce alterata, avanzando minacciosamente verso l'atrio.
Il capitano De Luca si fece avanti, estraendo il documento ufficiale e mostrandoglielo sotto il naso.
«Dottor Valeri, lei è formalmente accusato di associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata ai danni dello Stato, falso ideologico e occultamento di incapaci. È invitato a collaborare e a consegnare tutte le chiavi degli archivi amministrativi e dei registri contabili storici.»
Valeri sgranò gli occhi, sbiancando improvvisamente. Tentò di balbettare una difesa disperata, ma le parole gli morirono in gola quando vide avanzare Elena Moretti, uscita dal fuoristrada dei carabinieri e entrata nell'atrio a testa alta.
«Tu... tu sei una maledetta ficcanaso», sibilò Valeri con odio represso, guardandola come se volesse divorarla vivo.
«Io sono la figlia di Clara Moretti», rispose Elena con voce ferma e gelida, guardandolo dritto negli occhi. «E la pacchia per voi è finita.»
Mentre i carabinieri perquisivano sistematicamente ogni stanza, sequestravano computer, faldoni e archivi digitali nascosti nei sotterranei, Elena chiese subito di poter vedere sua madre.
Un'infermiera spaventata e collaborativa la accompagnò rapidamente nella stanza di Clara. La porta si aprì lentamente.






