IL SEGRETO DELLA RESIDENZA BELLUNESE
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IL SEGRETO DELLA RESIDENZA BELLUNESE

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La telefonata delle due di notte non porta mai buone notizie. Ma quando Elena Moretti vide il nome del chiamante sullo schermo, il suo cuore sembrò fermarsi. Era il numero della Residenza Bellunese, la casa di riposo dove sua madre, Clara, trascorreva gli ultimi anni della sua vita a causa dell’Alzheimer.

Da due anni, Clara non riconosceva più Elena.

Con le mani tremanti, Elena rispose. La voce dell’infermiera di turno risuonò dall’altra parte del telefono, concitata e fredda come la neve che cadeva fuori: «Signora Moretti, mi dispiace averla chiamata a quest’ora. Sua madre... continua a insistere per parlare con lei. Non vuole prendere le medicine e non vuole dormire. Può venire qui? Solo per un momento, per tranquillizzarla.»

Elena inspirò profondamente, cercando di trattenere l’ansia. Lavorava presso l’azienda sanitaria della Regione Veneto, un impiego che richiedeva precisione e lucidità. E quella notte era di turno, ma il nome Clara rappresentava l’unica eccezione a tutte le regole.

«Va bene, sto arrivando», disse Elena con voce decisa, anche se tremante.

Indossò in fretta il cappotto di lana, infilò le chiavi dell’auto in tasca e si guardò allo specchio. Sotto la luce pallida del bagno appariva esausta. Sua madre... si ricordava ancora di lei? Una fragile scintilla di speranza si accese nel suo cuore.

Fuori, la neve cadeva fitta. La strada verso Belluno, una piccola città incastonata ai piedi delle Dolomiti, non le era mai sembrata così inquietante. La strada tortuosa era scivolosa, i lampioni illuminavano appena l’asfalto. Ogni curva era una sfida. Elena, in qualità di ispettrice sanitaria regionale, aveva visitato innumerevoli strutture sanitarie, ma mai con uno stato d’animo simile. Sentiva come se una mano invisibile le stesse stringendo il petto.

Dopo un’ora di guida estenuante, finalmente arrivò. La Residenza Bellunese era un edificio antico e imponente, circondato da un alto cancello di ferro. La luce gialla che filtrava dalle finestre conferiva al luogo un’atmosfera cupa e gelida.

Elena entrò nell’atrio principale. Il silenzio era quasi inquietante, interrotto soltanto dal ticchettio regolare di un vecchio orologio a pendolo. Un uomo corpulento, vestito da guardia giurata, le sbarrò la strada. Era Mauro, il custode notturno che conosceva bene.

«Mi dispiace, Signora Moretti», disse Mauro, impedendole di passare. «Le regole sono regole.» La guardò con un’espressione priva di cordialità. «Dopo mezzanotte, permettiamo l’ingresso ai familiari soltanto con un’autorizzazione firmata. Lei non ha un appuntamento.»

Elena cercò di mantenere la calma. La sua voce rimase gentile, ma ferma: «Mauro, mi conosco. È stata mia madre a chiamarmi, è agitata. Sono sua figlia. E poi, se non mi fai entrare, posso segnalare una violazione delle procedure di sicurezza. È stata l’infermiera di turno a chiamarmi.»

Mauro accennò un sorriso sprezzante, mostrando i denti ingialliti.

«Una segnalazione? Signora, faccia pure.»

Si voltò verso la reception, prese un mazzo di chiavi e iniziò a controllare una lista. Poi, all’improvviso, si alzò e si diresse verso l’armadietto dei medicinali della struttura, chiudendolo a chiave con estrema attenzione, come se temesse che qualcuno potesse rubare qualcosa.

Fu proprio in quel momento che Elena vide sua madre.

Clara era seduta su una sedia a rotelle in fondo al corridoio, di fronte alla reception. Indossava una camicia da notte azzurra, aveva i capelli bianchi completamente spettinati e teneva le mani strette sulle gambe. Lo sguardo era vuoto, perso in un mondo lontano. Non indossava alcun tailleur.

«Mamma!» gridò Elena, correndo verso di lei.

Si inginocchiò accanto a sua madre e le prese le mani fredde tra le proprie.

«Mamma, sono Elena. Sono qui. Sei stata tu a chiamarmi?»

Clara non si voltò. Continuava a fissare il vuoto davanti a sé. Poi sussurrò una frase in italiano antico, difficile da comprendere:

«Che colore di tailleur avessi...?»

La domanda si ripeté più volte, come un vecchio disco inceppato.

Il cuore di Elena si strinse. Da mesi sua madre non pronunciava più una frase completa. A quale ricordo si riferiva? A un episodio della sua giovinezza, quando lavorava ancora in uno studio legale a Milano?

«Il tailleur blu che ti piaceva tanto, mamma», rispose Elena con dolcezza, anche se sapeva che la risposta poteva non significare nulla per lei. «Te lo ricordi?»

All’improvviso Clara strinse forte la mano di Elena. Per un istante, il suo sguardo divenne lucido e penetrante, quasi estraneo. Poi tornò immediatamente a essere vuoto.

Lasciò la mano della figlia e iniziò a canticchiare piano una vecchia ninna nanna.

Elena si alzò, con le lacrime che le rigavano il viso. Il dolore era straziante. L’impotenza di fronte all’Alzheimer di sua madre era una ferita che non si sarebbe mai rimarginata.

Rimase accanto a Clara finché la donna non scivolò lentamente nel sonno.

Quando Elena uscì dalla stanza della madre, Mauro era ancora alla reception. La guardò con un’espressione beffarda.

«Signora, vuole bere un po’ d’acqua?» chiese, senza alcuna sincerità nella voce. «L’infermiera è andata a controllare gli altri piani.»

«No, grazie», rispose Elena freddamente.

Aveva bisogno di andarsene. Aveva la sensazione di essere osservata.

Prima di uscire, Elena decise di fare qualcosa che era solita fare durante le sue ispezioni riservate: fotografare il registro degli ingressi e delle uscite della struttura.

Sapeva che era rischioso, ma il suo istinto professionale le diceva che qualcosa non andava.

Mauro non cercò di impedirglielo. Si limitò ad alzare le spalle, come se sapesse già che Elena avrebbe fatto esattamente quello.

La notte successiva, nel suo piccolo appartamento a Belluno, Elena non riuscì a dormire. Prese il laptop e aprì le fotografie che aveva scattato al registro.

Il registro era un caos. La grafia era disordinata e in molti punti alcune informazioni erano state cancellate. Ma i nomi degli ospiti erano chiaramente leggibili.

Un nome attirò immediatamente la sua attenzione:

Clara Moretti.

C’erano anche altri nomi che non le dicevano nulla. Ma fu il nome immediatamente sotto quello di sua madre a farle gelare il sangue:

Silvana Rossi.

Accanto al nome compariva una cifra:

15.790 euro.

Era la fattura che la struttura aveva inviato all’azienda sanitaria regionale.

«Silvana Rossi...» mormorò Elena.

Lavorando presso l’azienda sanitaria, aveva accesso al database nazionale. Digitò il nome della donna nel sistema.

Il risultato che apparve sullo schermo lasciò Elena Moretti completamente sconvolta. Dovette aggrapparsi alla scrivania per non cadere.

Silvana Rossi – Deceduta il 12 marzo 2020.

Tre anni prima.

Perché la Residenza Bellunese stava inviando alla Regione Veneto una fattura relativa a una donna morta da tre anni?

E perché il suo nome compariva proprio sotto quello di sua madre?

Un pensiero terribile e gelido si insinuò nella mente di Elena.

Clara era stata trasferita in quella struttura nel maggio del 2020, appena due mesi dopo la morte di Silvana Rossi.

Era possibile che ci fosse stata una sostituzione?

Qualcuno stava forse traendo profitto dalla morte di anziani soli e indifesi?

La domanda pronunciata da sua madre quella notte tornò a riecheggiare nella mente di Elena come un sussurro inquietante:

«Che colore di tailleur avessi...?»

Quella non era una semplice casa di riposo.

Era una cospirazione.

Una cospirazione che coinvolgeva denaro, frode e forse... persino la morte.

Elena sapeva cosa doveva fare.

Non poteva fidarsi di nessuno.

Doveva scoprire la verità da sola.

Davanti a lei si apriva un percorso lungo e pericoloso, dove il confine tra la vita e la morte, tra la verità e la menzogna, diventava sempre più sottile.

E sapeva che il prezzo della verità avrebbe potuto essere la sua stessa vita.