Il sole invernale lottava invano contro la coltre di nuvole basse e pesanti che gravavano su Belluno, offrendo solo una luce lattiginosa e fredda quando l'auto di Elena svoltò lungo il viale alberato che conduceva alla Residenza Bellunese. Di giorno, l'edificio ottocentesco sembrava meno minaccioso rispetto alla notte precedente, ma conservava quell'austerità severa che incuteva timore reverenziale. Le facciate in pietra grigia erano incrostate di ghiaccio, e i grandi finestroni rettangolari apparivano come occhi ciechi che osservavano l'esterno.
Elena posteggiò l'utilitaria dietro un furgone di generi alimentari, spegnendo il motore. Si sistemò il cappotto, controllò che il tesserino di ispettrice sanitaria fosse ben visibile sul bavero e prese una profonda boccata d'aria. Sapeva che entrare di giorno offriva un vantaggio in termini di copertura burocratica, ma la esponeva al rischio di incontrare il personale amministrativo, il direttore Valeri o persino il custode Mauro, che di certo non l'avrebbe accolta a braccia aperte.
Varcò l'ingresso principale spingendo la pesante porta a vetri doppi. All'interno, l'atmosfera era sorprendentemente calma. Nel grande atrio riscaldato, un gruppo di anziani seduti sulle poltrone ascoltava distrattamente una vecchia radio che trasmetteva musica leggera, mentre un'infermiera passava distribuendo tazze di tè caldo.
Nessuno fece caso a Elena mentre attraversava l'atrio con passo deciso, fingendosi assorta nella lettura di un blocco notes. Sfruttò la sua conoscenza della planimetria tipica delle strutture sanitarie regionali per individuare immediatamente la zona amministrativa: un corridoio laterale defilato rispetto alle aree di degenza, protetto da una porta tagliafuoco che, con sua grande fortuna, era socchiusa.
Spinse delicatamente la porta e si ritrovò in un corridoio silenzioso, tappezzato di moquette beige. Sulla destra, una targa in ottone indicava: Direzione Sanitaria – Dott. G. Valeri.
Elena si fermò davanti alla porta dell'ufficio del direttore. Poggiò l'orecchio contro il legno massiccio per ascoltare se ci fossero rumori all'interno. Un silenzio assoluto regnava nella stanza. Provò a girare la maniglia: era incredibilmente sbloccata. Con il cuore che batteva all'impazzata, aprì la porta quanto bastava per sgusciare all'interno e richiuderla silenziosamente alle sue spalle.
L'ufficio era spazioso, arredato con mobili in stile classico e scaffalature ricolme di volumi di medicina legale e manuali di gestione ospedaliera. Su una grande scrivania in noce massiccio troneggiava un computer portatile chiuso, accanto a una pila ordinata di faldoni cartacei etichettati con le annualità correnti.
«Devo sbrigarmi», sussurrò Elena, iniziando a frugare metodicamente tra i cassetti della scrivania.
I primi due cassetti contenevano solo materiale di cancelleria, moduli standard per le dimissioni e penne promozionali di case farmaceutiche. Ma il terzo cassetto era chiuso a chiave. Elena non si perse d'animo: ricordando le vecchie abitudini da ispettrice metodica, esaminò il retro del portapenne di metallo sulla scrivania. Sollevandolo, trovò una piccola chiave argentata nascosta alla base.
Con mani tremanti, inserì la chiave nella serratura del cassetto. Scattò con un piccolo clic metallico. All'interno non c'erano documenti sanitari ufficiali, ma un raccoglitore ad anelli nero, privo di etichetta, e una vecchia scatola di latta per biscotti.
Elena aprì il raccoglitore. Le pagine erano piene di fotocopie di carte d'identità, certificati di morte con timbri contraffatti e moduli di delega bancaria firmati con grafie palesemente alterate. Tra questi documenti, riconobbe immediatamente il modulo di ammissione di sua madre, Clara Moretti, datato maggio 2020. Ma c'era una stranezza che la fece sobbalzare: accanto alla foto di sua madre, nel modulo originale di trasferimento, vi era allegata una nota manoscritta firmata con le iniziali D.V. che recitava: "Sostituzione completata. Il posto letto ex Rossi è stato riassegnato senza variazioni nei flussi di cassa regionali. La parente (figlia) lavora in Regione, mantenere profilo basso".
Un brivido gelido le percorse la schiena. Loro sapevano chi era. Sapevano che lavorava nell'azienda sanitaria e avevano pianificato tutto con una precisione diabolica, sfruttando l'assenza di lucidità di sua madre e la sua stessa distrazione dovuta agli impegni professionali per inserire Clara in quel meccanismo di frode e copertura.
Aprì poi la scatola di latta. All'interno vi erano mazzette di contanti avvolti in elastici logori e una chiavetta USB di colore nero.
Senza esitare, Elena prese la chiavetta USB, infilandola nella tasca interna del cappotto. Fece per richiudere il cassetto, quando un rumore sordo proveniente dal corridoio la congelò sul posto: il ticchettio inconfondibile di scarpe eleganti che si avvicinavano alla porta dell'ufficio.
Il dottor Valeri stava tornando.
Elena si guardò intorno disperata alla ricerca di una via di fuga. La finestra dell'ufficio dava su un cortile interno innevato, ma si trovava al secondo piano, rendendo impossibile una discesa senza attrezzatura. Non c'era tempo. L'unica opzione era nascondersi dietro la pesante tenda di velluto scuro che copriva la finestra laterale.
Si precipitò verso la tenda, scivolando nell'intercapedine stretta tra il muro e il tessuto pesante proprio un istante prima che la maniglia della porta si abbassasse.
La porta si aprì con un cigolio leggero. Il dottor Valeri entrò nella stanza, ansimando leggermente come se avesse fatto le scale di fretta. Sentì i suoi passi pesanti muoversi sul pavimento di legno, avvicinarsi alla scrivania e appoggiare una ventiquattrore.
«Chi c'è?» borbottò Valeri a voce alta, avvertendo forse una sottile percezione di disordine nell'aria. Il silenzio dell'ufficio rispose con un'inquietante solennità.
Elena trattenne il respiro, premendo la bocca contro la stoffa della tenda per soffocare ogni minimo suono. Sentiva il proprio battito cardiaco rimbombare nelle orecchie come un tamburo di guerra. Il tempo sembrava essersi fermato, mentre l'ombra del medico si proiettava sul pavimento, vicinissima alla sua posizione.






