Il silenzio calò improvvisamente nella stanza, rotto soltanto dal crepitio della legna che ardeva nella stufa. Pietro Rinaldi si alzò di scatto dalla sedia con la rapidità sorprendente di un ex poliziotto veterano, fece cenno a Elena di fare silenzio e si diresse a grandi passi verso l'ingresso, estraendo dalla tasca interna della giacca una vecchia pistola semiautomatica Beretta calibro 7.65 che teneva nascosta in un cassetto della cucina.
«Chi c'è là fuori?» sussurrò Elena, con il cuore che batteva all'impazzata contro le costole, stringendo la tazza di grappa tra le mani tremanti.
«Non lo so, ma chiunque sia non è venuto a farci gli auguri di buone feste», rispose Rinaldi con voce ferma, spegnendo la lampada da tavolo per lasciare la stanza immersa nella sola luce tremolante del fuoco.
Un colpo secco e metallico risuonò alla porta principale, seguito da una voce maschile roca e fredda che filtrava attraverso il legno massiccio:
«Commissario Rinaldi sappiamo che è in casa. Apra la porta. Non vogliamo fare del male a nessuno, vogliamo solo riprendere ciò che appartiene all'amministrazione della residenza.»
Era la voce di Mauro, il custode notturno della Residenza Bellunese, accompagnata da un rumore di passi pesanti che si muovevano intorno al perimetro della casa.
«Maledizione», imprecò Rinaldi sottovoce. «Ci hanno pedinati fin qui. Hanno un sistema di localizzazione o qualcuno all'interno della motorizzazione ha tracciato la tua targa, Elena.»
Elena sentì un brivido gelido percorrerle la schiena. La trappola si stava stringendo inesorabilmente intorno a loro. Non c'era via d'uscita principale; l'unico accesso era controllato da uomini senza scrupoli pronti a tutto per insabbiare la frode milionaria.
«Pietro, la chiavetta... ce l'ho io in tasca», sussurrò Elena, guardandosi intorno alla ricerca di una via di fuga alternativa. «Se entrano, prenderanno tutto.»
«Non entreranno così facilmente», replicò l'anziano ex commissario, muovendosi con cautela verso la finestra laterale che dava sul retro del bosco. Sguainò l'arma e sbirciò attraverso le fessure delle persiane chiuse. «Vedi quella porta sul retro? Conduce alla legnaia e da lì direttamente al sentiero nel bosco che sale verso la montagna. È coperto dalla neve fitta, non riusciranno a vederti se ti muovi con cautela.»
«E tu? Non puoi venire con me?» chiese Elena, con gli occhi sbarrati dalla paura.
«Io devo guadagnare tempo per permetterti di scappare con la prova», rispose Rinaldi con un sorriso amaro ma risoluto. «Vai, Elena! Non c'è un secondo da perdere!»
Un violento calcio sferrato contro la porta principale fece tremare i battenti di legno, spezzando parzialmente la serratura interna. Gli aggressori stavano forzando l'ingresso.
Elena non esitò oltre. Raccolse le sue cose, strinse la chiavetta USB nel pugno e si precipitò verso la porta sul retro. La spinse con forza, uscendo nel buio e nel gelo della foresta innevata. La neve fresca le arrivava quasi alle ginocchia, rallentando ogni suo passo, mentre il vento gelido le sferzava il viso come lame di rasoio.
Alle sue spalle, il rumore di un colpo d'arma da fuoco squarciò il silenzio della notte, seguito dal frastuono della porta d'ingresso che cedeva definitivamente sotto la spinta dei malviventi.
«Pietro!» gridò Elena nella sua mente, mentre lacrime gelate le rigavano le guance. Non poteva fermarsi; la sua sopravvivenza e la giustizia per sua madre dipendevano unicamente da quella fuga disperata nel cuore delle montagne innevate di Belluno.






