IL SEGRETO DELLA RESIDENZA BELLUNESE
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IL SEGRETO DELLA RESIDENZA BELLUNESE

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La foresta intorno alla baita di Rinaldi appariva come un labirinto spettrale di alberi neri immersi in una distesa immacolata di bianco. Elena correva senza sosta, spinta dall'adrenalina pura e dalla disperazione. Ogni respiro le bruciava i polmoni come fuoco, e il freddo intenso le paralizzava lentamente le dita delle mani e dei piedi. Sapeva che se fosse caduta in quella neve profonda senza riuscire a rialzarsi, sarebbe morta assiderata in poche ore.

Alle sue spalle, i lontani echi di grida e il secondo scoppio di un colpo d'arma da fuoco confermavano che gli uomini di Valeri avevano fatto irruzione nella casa. Rinaldi stava lottando per coprirle la spalla, ma quale sarebbe stato il suo destino? Il pensiero dell'anziano commissario in pericolo le lacerava l'anima, ma sapeva che fermarsi avrebbe significato vanificare ogni suo sacrificio.

Il sentiero sterrato che conosceva dai racconti di Rinaldi saliva ripido lungo il fianco della montagna, inoltrandosi verso una vecchia galleria mineraria in disuso, un tempo utilizzata per l'estrazione della pietra locale e ora completamente abbandonata. Era l'unico riparo sicuro in un raggio di chilometri prima di raggiungere la strada statale superiore.

Con le ultime forze rimaste, Elena si trascinò lungo il sentiero coperto di neve fresca, inciampando più volte e rialzandosi con le mani insanguinate dal ghiaccio. La luce della luna piena, filtrando a fatica tra i rami carichi di neve degli abeti, le offriva un barlume di visibilità.

Dopo venti minuti di marcia estenuante, la sagoma scura e squadrata dell'imbocco della vecchia miniera apparve tra gli alberi, sbarrata da una vecchia grata di ferro arrugginita ma parzialmente divelta.

Elena si precipitò verso l'apertura, sgusciando all'interno della galleria buia e umida. Il brusco cambio di temperatura fu immediato: l'aria all'interno era ferma, fredda ma riparata dal vento sferzante della montagna. Si appoggiò con la schiena contro la parete di pietra grezza, scivolando lentamente a terra e portandosi le mani alle ginocchia per riprendere fiato.

Nel buio della galleria, il silenzio era quasi tombale, interrotto solo dal gocciolamento regolare dell'acqua che filtrava dalla volta rocciosa. Elena tirò fuori il telefono cellulare dalla tasca per controllare la carica: la batteria segnava appena il quindici per cento a causa del freddo intenso.

«Devo chiamare i carabinieri di Venezia direttamente, saltando i comandi provinciali», sussurrò tra sé e sé, digitando con le dita intirizzite il numero di emergenza e inserendo il codice di accesso sicuro della Regione per autenticare la chiamata come segnalazione di reato in corso.

La linea squillò a lungo, un suono metallico e vuoto che sembrava non finire mai. Poi, finalmente, una voce professionale rispose dall'altra parte:

«Centrale operativa dei Carabinieri di Venezia, comando operativo. Dica.»

«Ascoltatemi bene», disse Elena con un filo di voce ma con estrema fermezza. «Mi chiamo Elena Moretti, sono ispettrice sanitaria regionale. C'è una frode milionaria in corso alla Residenza Bellunese... stanno occultando decessi e riciclando fondi pubblici. Hanno cercato di eliminarmi. Mi trovo nella vecchia miniera sopra Belluno. Mandate una pattuglia autonoma fuori giurisdizione locale, i vertici provinciali potrebbero essere compromessi!»

Dall'altra parte della linea ci fu un attimo di esitazione, poi l'operatore rispose con tono risoluto:

«Signora Moretti, rimanga dove si trova. Stiamo inviando una squadra speciale dei carabinieri del nucleo antisofisticazioni direttamente da Treviso. Non si muova e tenga il telefono acceso.»

La linea cadde bruscamente un secondo dopo, mentre la batteria del telefono si spengeva del tutto, lasciando Elena completamente immersa nel buio della galleria.

Sapeva che la partita finale era appena iniziata e che la verità stava per venire a galla, costi quel che costi.