IL SEGRETO DELLA RESIDENZA BELLUNESE
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IL SEGRETO DELLA RESIDENZA BELLUNESE

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Il dottor Valeri rimase immobile per lunghi secondi vicino alla scrivania, mentre Elena, rannicchiata dietro la pesante tenda di velluto, cercava disperatamente di controllare la respirazione. Ogni battito del suo cuore sembrava risuonare nella stanza come un metronomo impazzito. Attraverso la fessura tra la stoffa e il muro, Elena riusciva a intravedere parzialmente la figura del medico: un uomo sulla sessantina, dai capelli gridi tagliati corti e un'espressione perennemente corrucciata, vestito con un impeccabile abito blu scuro.

Valeri sollevò la ventiquattrore, aprì il terzo cassetto della scrivania — quello che Elena aveva appena richiuso — e infilò la mano all'interno per estrarre un documento. Il suo movimento si arrestò di colpo. Le dita dell'uomo tastarono il fondo del cassetto con insistenza crescente. Un'espressione di improvvisa tensione si dipinse sul suo volto. Si rese conto che il raccoglitore nero non era nella posizione esatta in cui lo aveva lasciato, oppure percepì che la chiave era stata girata diversamente.

«Ma che diavolo...» mormorò Valeri a bassa voce, voltandosi di scatto a scrutare l'ambiente circostante con occhi sospettosi.

Il medico estrasse il telefono cellulare dalla tasca della giacca e compose rapidamente un numero, portando l'apparecchio all'orecchio.

«Mauro? Sali subito nel mio ufficio. Subito», ordinò con voce roca e imperiosa, riattaccando senza attendere risposta.

La paura sfiorò il panico nella mente di Elena. Se Mauro fosse arrivato, per lei non ci sarebbe stata alcuna via d'uscita. Il corridoio era l'unica via di fuga e la porta era sorvegliata dall'ufficio stesso. Doveva agire prima che il custode facesse il suo ingresso.

Approfittando del momento in cui Valeri si era voltato a guardare fuori dalla finestra, dandole le spalle per osservare il cortile innevato, Elena scivolò fuori dall'intercapedine della tenda con la rapidità di un'ombra. Si mosse silenziosamente sulla moquette, puntando dritta verso la porta socchiusa.

Purtroppo, un piccolo movimento d'aria o il fruscio impercettibile del suo cappotto tradirono la sua presenza. Valeri si voltò di scatto con un grido strozzato in gola:

«Fermo lì! Chi... ma tu sei l'ispettrice Moretti!»

Elena non esitò un secondo. Con uno scatto felino si precipitò fuori dalla stanza, sbattendo la porta alle sue spalle con tutta la forza che aveva in corpo. Sentì il grido furioso di Valeri che la inseguiva:

«Prendetela! Bloccate l'uscita!»

Il corridoio si animò improvvisamente di rumori confusi. Mentre Elena correva verso l'atrio principale, le sirene di un allarme antincendio — o forse un segnale d'emergenza interno attivato da Valeri — iniziarono a ululare stridenti tra le pareti della struttura. Gli ospiti anziani, spaventati da quel baccano improvviso, iniziarono a lamentarsi e a muoversi disordinatamente sulle sedie a rotelle.

Alla reception, Mauro il custode scattò in piedi sbarrando il passaggio verso l'uscita principale, con il volto paonazzo e i pugni serrati.

«Non passate di lì, signorina! Lei non si muove!» urlò Mauro, facendosi avanti per afferrarla per un braccio.

Elena, spinta da un'ondata di disperazione e coraggio, non si fermò. Sfruttando la sua agilità e la sorpresa del momento, evitò la presa pesante di Mauro con uno scarto laterale, colpendolo con la borsa di pelle spessa direttamente allo sterno. Il custode barcollò all'indietro, perdendo l'equilibrio e finendo rovinosamente contro il bancone della reception, travolgendo un mucchio di cartelline e il telefono fisso.

«Maledetta...» imprecò Mauro, cercando di rialzarsi.

Elena non perse tempo a guardarsi indietro. Sfondò la porta a vetri dell'ingresso principale, uscendo nel cortile coperto di neve e gelo. Il freddo pungente le trafisse i polmoni, ma l'adrenalina era talmente alta da azzerare ogni sensazione fisica. Si precipitò verso la sua utilitaria, estrasse le chiavi dalla tasca con le dita intirizzite, aprì lo sportello e saltò all'interno, chiudendo le portiere con la chiusura centralizzata.

Girò la chiave nel nottolino. Il motore si avviò con un rombo rauco dopo un secondo di esitazione. Inserì la retromarcia, sgommando pericolosamente sulla neve fresca, poi ingranò la prima e partì a tutto gas, schizzando via dal cancello della Residenza Bellunese proprio mentre il dottor Valeri si affacciava sulla porta d'ingresso principale, indicando la sua auto con un gesto furioso della mano.

Guidò lungo la strada di montagna a velocità folle, incurante del ghiaccio e delle curve insidiose. Il suo cuore batteva all'impazzata, mentre stringeva nella tasca del cappotto la chiavetta USB che custodiva la prova schiacciante di tutta la cospirazione.

Arrivata nel centro di Belluno, parcheggiò l'auto in un vicolo buio e si fermò a riprendere fiato. Le mani le tremavano violentemente mentre estrasse la chiavetta USB, fissandola come se fosse un oggetto radioattivo.

Sapeva che se fosse tornata a casa, o al suo ufficio regionale, rischiava di essere intercettata o fermata dalla polizia corrotta dai tentacoli di Valeri. Aveva bisogno di un rifugio sicuro e di un alleato di cui potesse fidarsi ciecamente. E l'unica persona che le veniva in mente era l'ex commissario di polizia della squadra mobile di Belluno, un anziano investigatore in pensione di nome Pietro Rinaldi, che aveva conosciuto anni prima durante un'indagine sulle irregolarità sanitarie nella valle.

Elena riaccese il motore e diresse l'auto verso la periferia della città, ignorando che una berlina scura aveva iniziato a seguirla a debita distanza dal momento in cui aveva lasciato la casa di riposo.