L'armadio del quarto piano
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L'armadio del quarto piano

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parte8: L'irruzione delle forze dell'ordine

Le sirene spiegate delle volanti dei carabinieri tagliarono il traffico notturno di Milano come lame affilate, illuminando le facciate dei palazzi con bagliori blu intermittenti che si riflettevano sull'asfalto bagnato dalla pioggia. In pochi secondi, tre auto della polizia e un'ambulanza si fermarono davanti al civico quarantasei di via della Spiga, attirando l'attenzione dei pochi residenti affacciati alle finestre.

Marco ed io ci precipitammo verso l'ingresso principale del palazzo, dove i carabinieri stavano già imponendo la propria autorità per forzare il portone d'ingresso che Arthur aveva bloccato dall'interno. «Fermi! Sono la proprietaria legittima di questo stabile, o meglio, lo sono gli eredi della famiglia de Santis. Arthur Vance è barricato all'interno e c'è un uomo anziano in pericolo di vita nei sotterranei!» gridai ai militari in divisa, mostrando immediatamente la valigetta di cuoio e i documenti storici che certificavano la mia identità e la proprietà dell'immobile.

Un ufficiale dei carabinieri, un capitano dallo sguardo fermo e professionale, prese in consegna i documenti, dando immediato ordine ai suoi uomini di sfondare la porta principale con un ariete portatile. Con un colpo secco e fragoroso, il legno massello del portone cedette, e gli agenti fecero irruzione all'interno del palazzo, armi alla mano e torce tattiche accese.

Seguii i carabinieri all'interno, superando l'androne buio e precipitarmi verso le scale che portavano ai sotterranei, accompagnata da Marco che documentava ogni istante con la telecamera dello smartphone. L'aria nel palazzo era densa, carica di una tensione palpabile che sembrava quasi elettrica. Arrivati all'imbocco dei vecchi locali caldaia, trovammo la porta della stanza segreta aperta di scatto.

All'interno, la scena che ci si parò davanti congelò il sangue nelle vene di tutti i presenti. Arthur Vance era riverito a terra, immobilizzato e ammanettato da due agenti che lo avevano bloccato mentre cercava di fuggire attraverso il condotto di servizio posteriore. Poco più in là, disteso sul pavimento di pietra fredda accanto a una vecchia sedia rovesciata, giaceva Edward, immobile, con il viso pallido e un rivolo di sangue che gli solcava la tempia destra. «Edward!» urlai disperata, precipitandomi al suo fianco e inginocchiandomi sul pavimento umido per stringergli la mano fredda. «Per favore, aprimi gli occhi!

I soccorsi sono arrivati! Ce l'abbiamo fatta!» I paramedici dell'ambulanza sopraggiunsero subito dopo, facendosi largo tra i carabinieri per prestare i primi soccorsi urgenti all'anziano coraggioso che aveva sacrificato le sue ultime forze per proteggere la verità e la mia vita.