parte6: La trappola nel locale caldaia
«So che siete lì sotto, topi di fogna!» la voce di Arthur rimbombò lungo il corridoio umido, amplificata dalle pareti di pietra come un eco spettrale. «Potete correre quanto volete, ma questo palazzo è mio, ogni mattone risponde solo a me. Uscite fuori se non volete fare la fine che meritate!» Il fascio di luce della sua torcia iniziò a illuminare l'ingresso della stanza segreta, proiettando la sua sagoma imponente contro lo stipite della porta nascosta.
Edward ed io ci eravamo rannicchiati dietro la pesante scrivania in ferro, stringendo tra le mani la valigetta di cuoio e i documenti storici che avevamo appena recuperato. «Beatrice, prendi la valigetta e scappa verso il condotto di scarico sul fondo della stanza» mi sussurrò Edward all'orecchio, con un tono di voce che non ammetteva repliche e una determinazione che cancellava ogni traccia della sua fragilità fisica. «Io lo intrattengo.
Ho vissuto abbastanza a lungo con il peso di questa vergogna; è ora che paghi il conto.» «No, Edward! Non ti lascio qui da solo con lui!» protestai con un fil di voce, trattenendo le lacrime mentre sentivo i passi di Arthur farsi sempre più vicini, quasi sulla soglia della stanza. «Ascoltami!» mi interruppe l'anziano con un'autorità inaspettata, spingendomi delicatamente verso una piccola apertura sul retro della parete che dava su un condotto di servizio buio e stretto. «La tua vita è appena ricominciata.
Va' a prendere giustizia per tua madre Elena. Io lo rallenterò abbastanza da permetterti di uscire sulla strada.» Prima che potessi replicare, Edward si alzò in piedi, afferrò una pesante asta di ferro da un angolo della stanza e si parò davanti all'apertura del rifugio proprio mentre Arthur faceva irruzione nella stanza segreta con il volto contratto da una smorfia di folle rabbia omicida. «Fermati, Arthur!
La pacchia è finita!» gridò Edward con tutta la forza che aveva in corpo, brandendo l'asta di ferro contro il padrone di casa. Arthur si bloccò per una frazione di secondo, sorpreso dalla resistenza dell'anziano inquilino, poi scoppiò in una risata fredda e sprezzante. «Tu, vecchio rimbambito, pensavi davvero di poter battere il sistema che ho costruito in trent'anni?
Sei solo un relitto del passato.» Approfittando della colluttazione verbale e del buio che regnava ai lati della stanza, mi intrufolai carponi nel condotto di servizio, trascinando con me la valigetta di cuoio. Il cunicolo era stretto, soffocante, intriso di polvere e ruggine, ma si muoveva in discesa verso quella che ricordavo essere la vecchia uscita secondaria sulla strada laterale, lontana dagli occhi del palazzo principale.
Mentre strisciavo nel buio, sentii un tonfo sordo seguito da un grido soffocato provenire dalla stanza segreta. Il mio cuore perse un battito, ma sapevo che fermarmi avrebbe significato vanificare il sacrificio di Edward. Continuai a muovermi con le ultime forze rimaste, spingendo la valigetta davanti a me fino a quando non scorsi una debole luce naturale filtrare attraverso una grata metallica arrugginita che dava direttamente sul marciapiede della strada esterna.






