L'armadio del quarto piano
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L'armadio del quarto piano

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parte2: Le righe sbiadite del passato

Il foglio tremava tra le mie dita come una foglia investita da una raffica di vento autunnale. Fissavo la grafia elegante, quasi d'altri tempi, con cui era stato vergato quel messaggio indirizzato a Beatrice, scritto in un anno in cui io, anagraficamente, non sarei dovuta esistere in quel luogo o forse non avrei dovuto esistere affatto. L'inchiostro blu scuro si era insinuato nelle fibre della carta ruvida, creando un contrasto netto con il bianco sporco della pagina.

Le parole recitavano: «Se stai leggendo questo, Beatrice, significa che il tempo ha finalmente fatto il suo giro completo e che la verità ha trovato la sua strada attraverso il legno e l'oblio. Arthur crede di averci sigillato qui dentro, di aver spento la nostra voce insieme a quella di tua madre, ma la giustizia silenziosa del destino non si fa imprigionare da un catenaccio da quattro soldi».

Il mio respiro si era fatto corto, spezzato da singhiozzi silenziosi che minacciavano di sfuggire al mio controllo. Mia madre? Ma mia madre era morta in un ospedale di Roma quando avevo vent'anni, o almeno questo era quello che mi era sempre stato raccontato da mio padre prima che anche lui se neandasse, lasciandomi sola in un mondo che avevo cercato di rimettere insieme attraverso il restauro di tele antiche e cornici barocche.

Continuai a leggere, cercando di decifrare le righe successive che si facevano via via più fitte e concitate, come se chi le avesse scritte avesse avuto i minuti contati prima di subire un'incursione improvvisa. «Arthur Vance non è il legittimo proprietario di questo stabile. Nel 1994, questo intero palazzo apparteneva alla tua vera famiglia, i de Santis.

Tua madre, Elena, aveva ereditato ogni mattone da suo padre. Arthur era l'amministratore infedele, l'uomo a cui era stata affidata la gestione contabile e legale delle proprietà mentre la tua famiglia affrontava un periodo di grave crisi finanziaria e personale.» Un brivido gelido mi percorse la schiena. La mia mente cercava di collegare i pezzi di un puzzle impossibile, mentre la torcia del telefono illuminava i dettagli spettrali di quella culla abbandonata.

Se quello che diceva la lettera era vero, tutto il mio passato, l'intera mia identità, poggiava su una montagna di bugie costruite con la calce e il cemento da un uomo senza scrupoli. «Quella notte del novembre 1994» proseguiva il testo, macchiato in un angolo da una leggera brunitura che sembrava quasi un alone di umidità o, peggio, di ruggine «Arthur è entrato qui dentro con la scusa di un controllo urgente sui documenti fiscali.

Elena aveva cercato di denunciarlo il giorno prima, avendo scoperto ammanchi milionari nei conti della fondazione di famiglia. Non l'ha arrestata. Le ha tolto te, una bambina di appena sei mesi, e l'ha costretta a fuggire all'estero con la minaccia di non rivederti mai più viva. Ma prima che Elena sparisse nel nulla, è riuscita a nascondere te, Beatrice, tra le braccia di una donna di servizio fidata, mentre Arthur credeva di avervi rinchiuso entrambe in questo stesso armadio per farvi perdere le tracce».

Un tonfo sordo provenne dall'ingresso principale dell'appartamento. Il mio cuore saltò un battito. Qualcuno stava armeggiando con la serratura. Un rumore metallico, deciso, inconfondibile: la chiave di Arthur stava girando nel cilindro nuovo che aveva installato solo poche ore prima. Il tempo si era fermato. Avevo pochi secondi per decidere se rimanere intrappolata lì, in quel corridoio buio con la prova schiacciante in mano, o cercare una via di fuga.

Stringendo il foglio nel pugno, feci per muovermi verso la finestra della cucina, quando la porta d'ingresso si aprì con uno scatto secco, rivelando la sagoma minacciosa di Arthur che avanzava nell'oscurità con un ghigno agghiacciante stampato sul volto.