L'armadio del quarto piano
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L'armadio del quarto piano

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parte5: Nei sotterranei del palazzo tra polvere e segreti

Il montacarichi di servizio cigolò sinistramente mentre scendevamo nell'oscurità dei sotterranei del palazzo, un labirinto di cantine umide e soffitti bassi a volta che nessuno frequentava da decenni. L'aria sapeva di muffa, calce viva e umidità stagnante, ma per noi rappresentava l'unica via d'uscita sicura per eludere la sorveglianza spietata di Arthur Vance.

Edward avanzava lentamente, sorreggendosi a un bastone di legno nodoso e guidandomi con una vecchia lampada a olio che proiettava ombre lunghe e tremolanti sulle pareti di pietra grezza. «Qui sotto, nei vecchi locali caldaia che Arthur ha fatto murare trent'anni fa, si trova la cassaforte principale dello studio notarile di mio padre» spiegò l'anziano con un filo di voce, fermandosi a tossire leggermente prima di riprendere fiato. «All'interno ci sono le registrazioni audio delle riunioni del consiglio d'amministrazione del palazzo e le confessioni scritte di alcuni prestanome che Arthur usò all'epoca per intestarsi i beni dei de Santis.» Il mio cuore batteva forte all'idea che fossimo così vicini a trovare la prova definitiva che avrebbe potuto incastrare quell'uomo e restituirmi la mia vera storia.

Ma la tensione era palpabile: ogni scricchiolio dei tubi dell'acqua o il gocciolio ritmico di una conduttura bucata ci facevano sussultare, temendo che Arthur avesse intuito la nostra mossa e ci stesse tendendo un agguato nel sottosuolo. Arrivammo in fondo a un corridoio cieco, davanti a una parete di mattoni rossi che sembrava posticcia. Edward si inginocchiai a terra, infilò le dita sotto una mattonella smurata e tirò una leva di ferro arrugginita.

Con un rumore sordo e meccanico, una porzione della parete ruotò su se stessa, rivelando una stanza segreta rimasta sigillata per trent'anni. Entrammo con il respiro sospeso. La torcia del mio telefono illuminò un ambiente polveroso ma perfettamente conservato: una scrivania in stile antico, un vecchio schedario in metallo verde scuro e, sopra il piano di lavoro, una valigetta di cuoio consunto. «Ecco la valigetta» esclamò Edward con un sussulto di gioia misto a commozione. «Contiene tutto ciò di cui abbiamo bisogno per distruggere legalmente la posizione di Arthur.» Mi precipitai ad aprirla, ma nel momento esatto in cui i ganci scattarono rilasciando la serratura, un rumore metallico proveniente dalle scale di accesso ai sotterranei ci gelò il sangue nelle vene.

Qualcuno stava scendendo. E non usava la cautela: i passi risonavano pesanti, decisi, accompagnati dal fascio potente di una torcia professionale che spazzava le pareti alla ricerca della nostra posizione. «Ci ha trovati» sussurrai, stringendo il braccio di Edward in cerca di protezione. «Come ha fatto a trovarci così in fretta?» Edward impallidì, guardando verso il soffitto della stanza segreta dove una piccola griglia di aerazione collegava il locale direttamente all'ufficio privato di Arthur al piano terra. «Il sistema di sorveglianza... ha le telecamere collegate anche qui sotto, nei vecchi passaggi che lui credeva dimenticati da tutti!» Non c'era tempo per scappare dalla porta principale.

La luce della torcia di Arthur si stava avvicinando rapidamente lungo il corridoio buio, e la sua voce roca e beffarla riecheggiò tra le volte di pietra come una condanna inappellabile.