L'armadio del quarto piano
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L'armadio del quarto piano

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parte4: Il rifugio di Edward e la confessione spezzata

Mi precipitai lungo il corridoio del secondo piano, con il fiato in gola e il cuore che batteva all'impazzata contro le costole come un uccellino in gabbia. I miei pugni batterono disperatamente contro la porta dell'appartamento numero tre, dove sapevo che viveva Edward, l'anziano inquilino che mi aveva già teso una mano d'aiuto la sera precedente. «Edward!

Edward, per favore, aprimi! È Arthur! Mi sta inseguire!» gridai con un fil di voce strozzato dal pianto e dalla fatica, mentre mi voltavo continuamente per controllare se la sagoma minacciosa del proprietario stesse svoltando l'angolo delle scale. Dopo pochi secondi, che sembrarono eterni, la serratura scattò e la porta si aprì di uno spiraglio. Gli occhi sgranati e rugosi di Edward apparvero nel buio del corridoio interno.

Riconoscendomi, l'anziano spalancò la porta e mi strattonò all'interno, chiudendo immediatamente il catenaccio e inserendo la catenella di sicurezza con mani visibilmente tremanti. «Cosa è successo, Beatrice? Santo cielo, sei uno spettro!» esclamò Edward, facendomi sedere sulla poltrona di velluto logoro del suo soggiorno, mentre fuori, nel corridoio comune, si udivano i passi pesanti e i colpi violenti dati da Arthur contro le porte vicine alla ricerca di tracce della mia fuga. «Sa tutto, Edward» ansimai, stringendo tra le mani il biglietto trovato nell'armadio. «Sa chi sono.

L'armadio... c'era una culla, e questa lettera. Arthur ha usurpato tutto. Ha cacciato mia madre e adesso... adesso vuole sbarazzarsi anche di me prima che io possa denunciarlo alle autorità.» Edward si passò le mani sul viso, un gesto di profonda disperazione mista a rassegnazione. Si diresse verso una credenza in legno scuro, aprì un cassetto nascosto e ne estrasse una vecchia cartelletta di cartone rigido, legata con uno spago consunto dal tempo. «Temevo che questo giorno sarebbe arrivato» disse l'anziano con voce roca, posando la cartelletta sul tavolino davanti a me. «Io ero il notaio di fiducia della famiglia de Santis, Beatrice.

O almeno, lo ero prima che Arthur mi radiasse dall'albo con false accuse di malversazione e mi riducessi a vivere in questo palazzo come un reietto silenzioso, sorvegliato a vista come un cane in cattività.» Aprii la cartelletta sotto lo sguardo protettivo di Edward. All'interno c'erano documenti originali, rogiti notarili firmati dai miei nonni, estratti conto bancari intestati a Elena de Santis e, soprattutto, l'atto di compravendita originario dell'intero edificio, un documento che dimostrava senza alcuna ombra di dubbio che Arthur Vance era stato solo un modesto contabile senza un soldo, il quale aveva falsificato le firme dopo la misteriosa scomparsa di mia madre nel 1994. «Questi documenti sono la chiave per riprendersi tutto» mormorai, sfogliando le pagine con il rispetto e la cura di una restauratrice che maneggia un'opera d'arte inestimabile. «Ma Arthur ha le chiavi del palazzo, ha protetto ogni uscita e sa che siamo qui dentro.» Edward accennò un sorriso amaro, indicando una piccola porta secondaria che dava su un montacarichi di servizio dismesso ma ancora funzionante, che collegava direttamente i sotterranei del palazzo con la strada sul retro, lontana dagli occhi indiscreti del proprietario. «Non dobbiamo scappare, Beatrice» disse Edward con una nuova luce di determinazione nello sguardo stanco. «Dobbiamo contrattaccare. E abbiamo bisogno di prove digitali che Arthur non può distruggere bruciando la carta.»