L'armadio del quarto piano
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L'armadio del quarto piano

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parte3: L'ombra nel corridoio e la fuga disperata

La figura massiccia di Arthur si stagliava nel corridoio come un monolite oscuro, bloccando ogni via d'uscita verso la porta principale. La luce fioca del pianerottolo tagliava la sua sagoma in due, mettendo in risalto gli occhi freddi e calcolatori che fissavano con orrore l'anta spalancata dell'armadio a muro. «Hai aperto quella porta» disse Arthur con una calma gelida, quasi robotica, che faceva molto più paura di un urlo scomposto.

Fece un passo avanti, e il parquet scricchiolò sotto le sue scarpe lucide come il tuono prima di un temporale. «Sei proprio cocciuta come tua madre, Beatrice. Avevo sperato che potessi vivere qui tranquilla, senza scavare nella spazzatura del passato. Ma evidentemente il DNA fa sempre il suo corso.» Le sue parole mi confermarono l'incubo: non c'erano più dubbi, quell'uomo sapeva esattamente chi fossi io e cosa rappresentassi per il suo impero fondato sul furto e sull'inganno.

Indietreggiai lentamente, cercando di mantenere la calma mentre la mia mano destra stringeva ancora il biglietto sgualcito dentro la tasca della felpa. «Tu hai distrutto la mia famiglia» dissi con voce ferma, sebbene le mie gambe tremassero al punto da reggere a fatica il mio peso. «Hai rubato questo palazzo, hai cacciato mia madre e hai mentito per trent'anni.

E adesso cosa vorresti fare? Farmi fare la stessa fine?» Arthur ghignò, estraendo dalla tasca interna della giacca un mazzo di chiavi legato a un pesante portachiavi di metallo. «La storia non si ripete mai nello stesso modo, mia cara. Nel 1994 c'era molta più burocrazia e le persone si fidavano troppo degli uomini in divisa. Oggi... beh, oggi un incendio accidentale in un vecchio palazzo di Milano non stupisce più nessuno.

Soprattutto se l'inquilina del quarto piano aveva problemi di distrazione con i fornelli.» Il terrore mi trafisse il petto. Non stava bluffando; nei suoi occhi c'era la freddezza di chi ha già compiuto atti irreparabili e non ha più nulla da perdere. Quando fece un altro scatto in avanti, slanciai il corpo di lato, afferrando una pesante lampada da tavolo in ceramica dalla consolle del corridoio e scagliandola con tutta la forza verso di lui.

La lampada si infranse ai suoi piedi con un boato fragoroso, spargendo cocci di ceramica e schegge di vetro sul pavimento. Arthur perse l'equilibrio per una frazione di secondo, inciampando sul tappeto persiano. Fu l'attimo esatto di cui avevo bisogno: mi precipitai verso la porta sul retro della cucina, quella che dava sul ballatoio di servizio e sulle scale antincendio esterne.

Girai la manopola di ferro con uno strattore violento, spalancando la porta mentre l'aria gelida della sera milanese mi sferzava il viso. Diedi un'occhiata indietro: Arthur si era già rialzato, urlando insulti furiosi e correndo lungo il corridoio con le mani protese per afferrarmi. Saltai sul ballatoio metallico, iniziando a correre verso la scala esterna che portava ai piani inferiori.

La pioggia aveva reso i gradini scivolosi, e ogni passo rischiava di trasformarsi in una caduta rovinosa. Sotto di me, il vuoto del cortile interno del palazzo sembrava un abisso nero e senza fondo. Sentivo i passi pesanti di Arthur che battevano sui gradini di ferro subito dietro di me, un suono metallico e cadenzato che scandiva la mia condanna a morte se solo fossi inciampata. Arrivata al secondo piano, spinsi con tutto il corpo la porta tagliafuoco che conduceva all'interno del condominio, sperando di trovare rifugio o qualcuno che potesse aiutarmi a chiamare la polizia prima che mi raggiungesse.