L'armadio del quarto piano
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L'armadio del quarto piano

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parte7: Sulla strada della libertà e l'incontro inatteso

Con uno sforzo disperato, spinsi con i pugni e le spalle la grata metallica che sigillava l'uscita del condotto di servizio. Il catenaccio esterno, logorato dalla pioggia e dal tempo, cedette di colpo con uno schiocco secco, permettendomi di spingere la grata verso l'esterno e di strisciare fuori sul marciapiede bagnato di una via laterale del centro di Milano.

L'aria fresca della sera mi investì in pieno volto, mescolandosi con il sapore salato delle lacrime che solcavano le mie guance. Intorno a me la città continuava a scorrere indifferente: le auto sfrecciavano lungo il viale bagnato dalla pioggia, i neon dei negozi brillavano attraverso i vetri appannati e i passanti camminavano con gli ombrelli aperti, ignari del dramma che si stava consumando a pochi metri di distanza, tra le fondamenta di quel palazzo maledetto.

Strinsi al petto la valigetta di cuoio come se fosse il bene più prezioso al mondo. All'interno c'erano i documenti, le prove inoppugnabili che inchiodavano Arthur Vance alle sue responsabilità e restituivano dignità alla memoria di mia madre Elena e di tutta la mia famiglia. Ma la mente continuava a correre disperata all'interno del palazzo: Edward era rimasto lì sotto ad affrontare un uomo senza scrupoli, e io non sapevo se fosse ancora vivo o se avesse pagato con la vita il suo atto di coraggio.

Estrassi rapidamente il telefono dalla tasca della felpa, trovando per fortuna ancora campo nonostante la profondità dei sotterranei da cui ero appena uscita. Composi il numero unico di emergenza con le dita ancora sporche di calce e ruggine, mentre la voce metallica dell'operatore centrale rispondeva dall'altra parte della linea. «Pronto, carabinieri?

Ho bisogno di un intervento urgente al numero civico quarantasei di via della Spiga. C'è un sequestro di persona in corso, e documenti che provano un reato gravissimo di appropriazione indebita e circonvenzione. Mandate una pattuglia immediatamente!» dissi con voce concitata, fornendo tutti i dettagli necessari prima di chiudere la chiamata. Mentre attendevo l'arrivo delle forze dell'ordine sul marciapiede di fronte al palazzo, una sagoma familiare sbucò dall'angolo della strada laterale, facendomi sobbalzare per la paura.

Era Marco, un vecchio collega di università che lavorava come giornalista investigativo per una testata nazionale e che non vedevo da anni. «Beatrice? Ma che ci fai qui conciata così a quest'ora?» esclamò Marco, avvicinandosi con un ombrello aperto e lo sguardo sinceramente preoccupato nel vedere il mio stato di shock e i vestiti macchiati di polvere. «Marco! Sei arrivato nel momento perfetto» dissi con un misto di sollievo e disperazione, afferrandogli il braccio. «Ho bisogno del tuo aiuto e della risonanza mediatica del tuo giornale. All'interno di quel palazzo si sta consumando un crimine che va avanti dal 1994. E in questo momento un uomo anziano sta rischiando la vita per salvarmi.»