Il Segreto di Padova
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parte 5: La fuga rocambolesca e l'incontro inatteso

Il battito del mio cuore risuonava nelle orecchie come un tamburo di guerra mentre i passi pesanti si facevano sempre più vicini all'ufficio in cartongesso. Senza esitare un solo istante, mi rannicchiai agilmente dietro una pila di grandi scatoloni di cartone pressato, coprendomi parzialmente con un telone di plastica nera impolverato. Trattenni il respiro, chiudendo gli occhi e pregando che la scarsa visibilità mi proteggesse da sguardi indiscreti.

Attraverso una piccola fessura nel telo, vidi la sagoma di un uomo alto entrare nella stanza degli uffici: non era Marco, ma uno sconosciuto corpulento con una giacca di pelle scura e un cappellino tirato sugli occhi, che imprecava sottovoce mentre frugava tra le carte sulla scrivania. Borbottava qualcosa a proposito di "ritardi nei bonifici" e "complicazioni con la polizia", parole che confermavano i miei peggiori sospetti riguardo a un'organizzazione criminale ben più vasta.

Dopo pochi minuti interminabili, in cui ogni secondo sembrava durare un'eternità e la ferita chirurgica minacciava di aprirsi per la tensione, l'uomo afferrò una valigetta nera dalla scrivania, spense la lampada da tavolo e uscì rapidamente dal magazzino, sbattendosi la porta alle spalle con un tonfo sordo che fece tremare i vetri. Rimasi immobile per diversi minuti, aspettando che il silenzio tornasse a regnare sovrano prima di rischiare di muovermi.

Uscii dal nascondiglio con le gambe che mi tremavano visibilmente, il corpo madido di un sudore freddo e gelato dalla paura. Decisi che era il momento di agire in modo radicale: infilai rapidamente la mano nella tasca, tirai fuori lo smartphone e fotografai tutti i documenti compromettenti sparsi sulla scrivania, dai passaporti ai codici delle società offshore, accumulando prove digitali inattaccabili.

Fatto ciò, mi precipitai fuori dal capannone attraverso la stessa porta secondaria da cui ero entrata, raggiungendo la mia utilitaria parcheggiata a distanza di sicurezza. Salii a bordo, girai la chiave nel quadro e partii sgommando verso il centro di Padova, con l'adrenalina pura che pompava nelle vene. Non potevo tornare a casa e fare finta di nulla; dovevo anticipare le mosse di Marco prima che fosse troppo tardi per proteggere me e mia figlia.

Decisi di non passare dalla polizia ordinaria, temendo infiltrazioni o rallentamenti burocratici che avrebbero potuto avvisare i complici; mi diressi invece direttamente verso un vecchio amico d'infanzia di mio padre, un ex commissario della squadra mobile ormai in pensione ma ancora temuto e rispettato negli ambienti investigativi della città: il commendatore Lorenzo Santoro.