parte 2: L'ombra di Valeria e i primi indizi nascosti
Il nome di Valeria aleggiava nell'ufficio del direttore Moretti come un profumo pesante e velenoso, capace di soffocare l'aria. Fissavo quel foglio stampato con i trasferimenti di denaro, cercando di mettere ordine nei pensieri mentre la ferita dell'operazione mi mandava fitte sorde lungo il fianco. Il dottor Moretti mi porse un bicchiere d'acqua, notando il pallore mortale del mio viso.
Accettai con un cenno, le dita fredde che sfioravano il vetro trasparente. Quel denaro non era semplicemente sparito per capricci vacanzieri; c'era una pianificazione metodica, chirurgica, durata mesi. Ogni transazione era stata effettuata con cura maniacale nei periodi in cui io ero più vulnerabile, tra visite oncologiche e ricoveri preventivi. Come avevo fatto a non accorgermene?
Come aveva potuto Marco tessere una tela così complessa alle mie spalle, fingendosi il marito devoto mentre mi svuotava la terra da sotto i piedi? Ringraziai Moretti con un filo di voce, promettendogli di mantenere il massimo riserbo in attesa delle sue mosse legali. Uscii dalla banca calpestando il marciapiede di una Padova fredda, sferzata da un vento autunnale che sapeva di pioggia incombente.
La libreria antiquaria, la nostra creatura, si trovava a pochi isolati di distanza. Decisi di andarci a piedi, camminando lentamente per metabolizzare l'urto. Varcare quella soglia profumata di carta antica e inchiostro secolare non mi dava più quella sensazione di rifugio sicuro. Tra gli scaffali impolverati, circondata dai volumi rari che avevamo catalogato insieme, ogni angolo mi parlava di lui.
Fu proprio lì, mentre esaminavo il vecchio studio di Marco nel retrobottega, che iniziai la mia vera ricerca. Aprii il suo cassetto chiuso a chiave con una graffetta raddrizzata, un vecchio trucco da infermiera curiosa. All'interno non trovai documenti di libreria, ma una vecchia agendina rilegata in pelle nera, dimenticata sotto un mucchio di cataloghi d'arte.
Sfogliazendola con mani trepidanti, pagina dopo pagina, iniziai a decifrare la grafia di mio marito: date, sigle, cifre e soprattutto un indirizzo preciso situato nella periferia industriale della città, vicino al canale. C'era anche un nome ricorrente annotato a margine con una calligrafia frettolosa: "Studio legale Rinaldi". La tensione accumulata in quei giorni divenne improvvisamente insopportabile, un macigno sul petto.
Sapevo che ogni passo successivo avrebbe potuto scatenare una reazione a catena devastante, ma la curiosità mista a sete di giustizia era ormai una febbre incontrollabile. Presi la decisione di recarmi subito a quell'indirizzo, lasciando la libreria in custodia ad Alice che, ignara di tutto, studiava in biblioteca. Mentre salivo in macchina per dirigermi verso la zona industriale, il telefono vibrò improvvisamente nella tasca del cappotto: era di nuovo un numero sconosciuto, e un brivido freddo mi avvolse la schiena.






