Il Segreto di Padova
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parte 3: La telefonata anonima e la prima svolta investigativa

Il display illuminato mostrava una serie di cifre nascoste, un contatto privato che rifiutava di rivelarsi. Esitai un istante prima di premere il tasto di risposta, con il cuore che batteva all'impazzata contro le costole, quasi a voler rompere la gabbia toracica. Portai l'apparecchio all'orecchio e rimase solo il silenzio per lunghi secondi, interrotto soltanto da un respiro pesante e metallico dall'altra parte del filo.

"So dove stai andando, Elena," mormorò una voce roca, distorta da un filtro elettronico o forse semplicemente rauca per la paura. "Fermati finché sei in tempo. Valeria non agisce da sola. C'è un disegno molto più grande dietro quella sparizione di fondi, e se tocchi quel filo salta tutto il sistema." La chiamata si chiuse bruscamente con un segnale di linea morta, lasciandomi immobile al volante con il motore acceso e lo sguardo fisso sul traffico caotico della tangenziale padovana.

Chi poteva sapere dove mi stavo dirigendo? Avevo deciso tutto in quell'istante, nessuno conosceva le mie intenzioni, tranne forse me stessa. Eppure qualcuno mi stava spiando, osservava ogni mia singola mossa come fossi una pedina su una scacchiera invisibile. Quella minaccia, lungi dal spaventarmi, ebbe l'effetto opposto: accese in me una rabbia sorda e implacabile, la determinazione feroce di una madre ferita che non ha più nulla da perdere.

Ingranai la marcia con decisione e spinsi il piede sull'acceleratore, deviando la rotta verso la periferia industriale. Il panorama cittadino lasciò rapidamente il posto a capannoni grigi, svincoli autostradali e piazzali deserti dove il vento sollevava vortici di polvere e vecchie foglie secche. Individuare l'indirizzo annotato nell'agenda di Marco non fu difficile: un edificio anonimo in cemento armato, con un'insegna sbiadita che recitava "Magazzini logistici del Brenta".

Parcheggiai l'auto a debita distanza, mimetizzandola tra due furgoni bianchi parcheggiati alla rinfusa, e mi incamminai a piedi con il cappotto stretto attorno al corpo per proteggermi dal freddo pungente. L'ingresso principale era chiuso da un cancello arrugginito e sormontato da telecamere di sorveglianza funzionanti. Sapevo che non potevo entrare dalla porta principale senza far scattare allarmi o attirare l'attenzione delle guardie giurate, così iniziai a perlustrare il perimetro esterno, camminando lungo il muro di cinta posteriore che costeggiava un piccolo canale fangoso.

L'aria umida mi bruciava i bronchi, e la cicatrice dell'operazione pulsava dolorosamente a ogni passo più deciso, ma strinsi i denti, ignorando i segnali d'allarme del mio corpo. Fu in quel momento, nascosto dietro una pila di pallet di legno marcio, che scorsi un piccolo portellone secondario socchiuso, come se qualcuno fosse uscito da poco dimenticandosi di chiuderlo bene. Il cuore mi balzò in gola mentre mi avvicinavo furtivamente, spingendo la pesante porta metallica che emise un cigolio sinistro nella quiete spettrale del magazzino.