Il Segreto di Padova
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parte 4: All'interno del magazzino fantasma

Il buio all'interno del capannone era denso, intriso di un odore acre di cartone bagnato, nafta e vecchi solventi chimici. Attesi qualche secondo che i miei occhi si abituassero alla penombra, filtrata solo dai lucernari alti e sporchi sul tetto spiovente. Avanzai a passissimi felpati, calpestando frammenti di plastica e polvere accumulata nel tempo.

Intorno a me si ergevano alte cataste di scatoloni sigillati, scaffalature metalliche immense che si perdevano nell'oscurità verticale del soffitto. Sembrava un deposito di merci dimenticato da Dio e dagli uomini, un luogo perfetto per nascondere segreti inconfessabili o traffici illeciti. Mi spinsi più in fondo, seguendo un debole chiarore arancione che proveniva da una stanza adibita a ufficio improvvisato ricavata con pareti di cartongesso.

Avvicinandomi con cautela estrema, tenni il fiato sospeso per non emettere alcun suono. Attraverso la vetrata sporca della finestrella vidi qualcosa che mi gelò il sangue nelle vene: su una scrivania ingombra di fascicoli, computer portatili accesi e bottiglie di superalcolici vuote, c'erano le ricevute bancarie dei nostri conti correnti, insieme a una serie di passaporti con fotografie diverse ma tutti intestati a Marco, e alcuni documenti d'identità stranieri con il nome di Valeria.

Non c'erano dubbi: quella non era una semplice scappatellla amorosa o una crisi di mezza età. Mio marito stava organizzando la sua fuga definitiva all'estero, ripulendo ogni nostro avere e lasciando me e nostra figlia sul lastrico con una freddezza psicopatica. Ma c'era di più. Sparsi sulla scrivania c'erano anche moduli intestati a una società offshore con sede in un paradiso fiscale caraibico, e una serie di lettere commerciali firmate da un certo notaio di Venezia, un nome noto alle cronache locali per affari non proprio limpidi.

Mi sporsi ancora un po', cercando di mettere a fuoco altri dettagli cruciali, quando un improvviso ticchettio metallico, simile a un interruttore che scatta, ruppe il silenzio tombale della stanza. Il respiro mi si bloccò in gola. Qualcuno stava armeggiando con la serratura della porta principale del capannone, e i passi pesanti di stivali si avvicinavano rapidamente lungo il corridoio centrale.

Ero in trappola, senza vie d'uscita apparenti, circondata da prove schiaccianti che potevano inchiodare mio marito ma che avrebbero anche potuto trasformarmi nella sua prossima e silenziosa vittima. Cercai disperatamente un nascondiglio mentre l'eco dei passi rimbombava minacciosa tra gli scatoloni, avvicinandosi sempre di più al mio rifugio provvisorio.