Parte 9: L'Assedio alla Fattoria di Belluno
Il sangue si gelò nelle vene di Walter alla vista di quella fotografia. I mercenari del consiglio di amministrazione non si erano limitati a cercare Beatrice a Como; avevano scoperto il legame tra la donna e la fattoria di Belluno, intuendo che i gemelli di Walter rappresentavano l'anello di congiunzione cruciale per invalidare o rivendicare l'immenso patrimonio dei Moretti. "I bambini... Ettore..." sussurrò Walter, con il viso sbiancato dal panico e dalla furia cieca. Non c'era tempo da perdere, non potevano rimanere nascosti lì a contemplare le fiamme. La tana del lupo si era spostata di nuovo lassù, tra le montagne innevate dove tutto era cominciato.
Beatrice si alzò in piedi con decisione, asciugandosi le lacrime dal viso con il dorso della mano. La debolezza e lo smarrimento dei momenti precedenti erano svaniti, lasciando il posto a una determinazione ferrea. "Vengo con te, Walter," disse con voce risoluta. "Quella gente sta cercando me attraverso i tuoi figli. Non permetterò che accada loro qualcosa a causa mia." Senza perdere un solo istante, spensero il fuoco con un po' di terra e cenere, uscirono dalla baita buia e si diressero a rotta di collo verso la stazione ferroviaria più vicina, coprendo chilometri a piedi nella notte fonda finché non riuscirono a salire sul primo treno merci notturno diretto a nord, verso le montagne di Belluno.
Il viaggio fu un incubo di ore trascorse in un vagone merci freddo e buio, cullati dal rumore assordante dei binari, con l'ansia che stritolava loro lo stomaco. Alle prime luci dell'alba, quando il cielo sopra le Dolomiti cominciava a tingersi di un rosa pallido e tagliente, scesero dal treno in una stazione secondaria vicino a Belluno. Riuscirono a rimediare un vecchio fuoristrada scassato da un conoscente di vecchia data di Walter in cambio di una promessa di pagamento futuro e di poche parole sussurrate all'orecchio. Walter guidò come un forsennato lungo le strade di montagna rese viscide dalla brina mattutina, puntando dritto verso la valle isolata dove sorgeva la sua fattoria.
Quando arrivarono in vista della proprietà, la scena che si parò davanti ai loro occhi confermò i loro peggiori timori. Due grosse berline nere erano parcheggiate sgraziatamente nel cortile innevato. La porta principale della fattoria era spalancata. A terra, legato a una sedia di legno sul portico, c'era Ettore, con un bavaglio improvvisato intorno alla bocca e il volto segnato da un livido scuro sulla guancia. Dalle finestre della cucina provenivano voci concitate e, cosa ben più grave, il pianto disperato e acuto dei due gemelli che riecheggiava nell'aria gelida del mattino.






