Parte 5: La Fuga verso il Lago di Como
Fuori dallo studio legale, la pioggia battente di Milano si era trasformata in un nevischio gelido che imbiancava leggermente i tetti delle auto in transito. Walter non perse un solo istante: uscì di corsa, fermò il primo taxi libero e ordinò all'autista di portarlo immediatamente verso la stazione autolinee per prendere un pullman diretto sul Lago di Como.
Durante il tragitto, mentre il paesaggio urbano lasciava spazio alle ville signorili e alle sponde nebbiose e malinconiche del lago, il suo cellulare continuava a vibrare nella tasca. Era Ettore che chiamava dalla fattoria, preoccupato per il silenzio e per le voci strane che circolavano in paese. Walter rispose brevemente, rassicurando l'anziano amico e dicendogli di non muoversi per nessun motivo e di blindare la casa con i bambini.
Il pullman lo lasciò in un piccolo borgo lacustre semi-abbandonato a causa della stagione invernale. Le strade erano deserte, sferzate da un vento freddo che sollevava piccole onde grigie sulle acque scure del lago. Seguendo le indicazioni scaricate in fretta e furia sul telefono, Walter individuò la clinica privata Villa Serena , una maestosa struttura in stile liberty circondata da un parco secolare recintato da alte mura di cinta e cancellate in ferro battuto.
L'atmosfera intorno alla villa era spettrale. Non c'erano luci accese nelle grandi vetrate del piano terra, eccezion fatta per una finestra illuminata al secondo piano, dove un'ombra sottile si muoveva lentamente dietro i vetri appannati. Walter sapeva che entrare non sarebbe stato facile: i cancelli principali erano sorvegliati da una guardia giurata privata seduta all'interno di una garitta riscaldata.
Non potendo passare dall'ingresso principale senza essere bloccato o segnalato agli sciacalli del consiglio di amministrazione, Walter studiò il perimetro della proprietà. Trovò un punto in cui un vecchio muro di pietra, parzialmente coperto da fitti rovi di edera selvatica, offriva un appiglio per scavalcare. Senza esitare, incurante dei graffi e del freddo pungente che gli intorpidiva le dita, si arrampicò agilmente e saltò dall'altra parte, atterrando pesantemente sul prato umido della tenuta.
Si mosse furtivamente tra le ombre dei pini marittimi e delle magnolie giganti, cercando di evitare i fasci di luce delle telecamere di sorveglianza che ruotavano lentamente lungo la facciata dell'edificio.
Riuscì a raggiungere una porta di servizio secondaria, probabilmente lasciata socchiusa da qualche inserviente sbadato. L'aprì con un leggero scricchiolio ed entrò in un corridoio buio e freddo, che odorava di disinfettante e legno vecchio. Salì le scale di servizio in silenzio, passo dopo passo, con il battito cardiaco che rimbombava nelle orecchie come un tamburo di guerra.
Arrivato al secondo piano, trovò la porta della stanza indicata dalla luce. Sulla targhetta di ottone era inciso chiaramente il nome: Beatrice Moretti . Con le mani che tremavano per l'adrenalina e la tensione, Walter girò lentamente la maniglia e spinse la porta, pronto a scoprire quale verità agghiacciante lo attendeva all'interno.






