Parte 2: L'Ombra del Passato e il Nome di Beatrice
Il silenzio nella cucina della fattoria divenne improvvisamente assordante, rotto soltanto dal ticchettio regolare del vecchio orologio a pendolo appeso alla parete e dal respiro affannato di Walter. La busta pesante che stringeva tra le mani tremanti sembrava pesare come un macigno, un blocco di piombo che minacciava di trascinarlo a fondo in un abisso che aveva cercato di dimenticare per anni.
Su quel foglio intestato, scritto con un font formidabile e freddo tipico degli avvocati d'affari milanesi, compariva un nome che faceva riemergere antichi fantasmi: Beatrice Moretti. Beatrice, la figlia di Vittorio Moretti, l'uomo che aveva distrutto la sua famiglia, l'usuraio in abito firmato che aveva ridotto suo padre alla disperazione e al silenzio tombale della tomba.
Walter fissò nuovamente la fotografia sbiadita estratta dalla busta. Riconobbe immediatamente quei lineamenti delicati, sebbene fossero stati celati sotto strati di neve e sporco durante quella notte di tempesta implacabile. Era lei. Era la donna che aveva cullato i suoi gemelli con un amore così puro da sembrare irreale, la stessa persona che aveva condiviso il pane secco con lui mentre fuori il mondo intero sembrava congelarsi.
Come poteva la figlia del suo peggior nemico trovarsi lì, sperduta, senza un soldo, pronta ad accudire i figli dell'uomo che suo padre aveva rovinato? Non poteva essere una coincidenza. Nella mente di Walter cominciarono a scontrarsi dubbi atroci e sospetti velenosi. Stava forse tramando un piano subdolo per sottrargli i bambini? Era una spia mandata dal vecchio Moretti per finire il lavoro iniziato anni prima?
Eppure, ripensando a quei quattro giorni e quattro notti, ricordava gli occhi di Beatrice. Non c'erano menzogna o malizia in quello sguardo stanco, ma solo un vuoto cosmico, lo stesso identico vuoto che lui aveva visto nello specchio ogni mattina. Uscì barcollando sul portico, dove Ettore stava spazzando via la neve residua con una vecchia scopa di saggina.
L'anziano vicino lo guardò in cagnesco, notando subito il pallore mortale sul volto di Walter. "Che succede, ragazzo? Ti è cascato il cielo addosso un'altra volta?", borbottò Ettore, fermandosi e appoggiandosi al manico della scopa. Walter non rispose subito; gli tese il documento con la mano rigida. Ettore prese i fogli, borbottando qualcosa tra i denti sdentati, e iniziò a leggere sotto la luce fioca del crepuscolo montano.
Man mano che gli occhi scorrevano le righe, la mascella del vecchio si irrigidì, e l'espressione di sufficienza si trasformò in pura incredulità mista a rabbia sorda. "La figlia di quel cane di Moretti... qui? Nella tua cucina?", esclamò Ettore, sputando a terra per la rabbia. "Te l'avevo detto io, Walter! I ricchi non fanno mai nulla per niente. Vuole i bambini.
Vuole riprendersi tutto ciò che pensa le appartenga, o forse vuole finirci di distruggere!". Walter serrammo i pugni fino a far sbiancare le nocche. La rabbia, sopita per anni, divampò nel suo petto come un incendio alimentato dalla benzina. Prese una decisione drastica: non avrebbe aspettato la mossa di nessuno. Sarebbe sceso a Milano, direttamente nella tana del leone, per scoprire la verità. Ma mentre preparava la vecchia valigia di cuoio, una telefonata anonima sul telefono fisso fece gelare il sangue nelle sue vene: una voce sussurrò appena prima di riagganciare che Beatrice era in grave pericolo.






