IL MISTERO DI MESSINA
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IL MISTERO DI MESSINA

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PARTE 9 — LA BUSTA DI LUGANO E IL VERO BURATTINAIO

La stanza d'ospedale rimase inondata da un silenzio irreale dopo che gli agenti della squadra mobile ebbero trascinato via Valerio Moretti in manette. Il tintinnio metallico delle sbarre delle manette che si stringevano attorno ai suoi polsi era svanito nel corridoio, lasciando me e Marco in un istante di sospensione irreale. Marco era crollato in ginocchio accanto alla sedia, singhiozzando convulsamente per lo scampato pericolo, mentre io tenevo ancora la mano sotto il cuscino, stringendo il piccolo registratore vocale come se fosse un'arma di salvezza.

Tuttavia, il mio sguardo non riusciva a staccarsi da quel cappotto grigio di Moretti, abbandonato sulla poltrona di plastica. Dalla tasca interna fuoriusciva ancora quel lembo di carta intestata della banca centrale svizzera di Lugano, con il timbro a secco e la ceralacca rossa. Con un movimento lento e doloroso, sfruttando l'unico braccio libero e puntando il peso sulla gamba sana, mi sporsi oltre il bordo del letto fino a raggiungere la tasca del cappotto.

Estrassi la busta sigillata, ignorando i crampi lancinanti alla spalla ferita. — Elena... che cosa hai trovato? — balbettò Marco, sollevando lo sguardo arrossato e gonfio di lacrime dal pavimento. — Moretti è stato arrestato, ma... ma papà? Cosa succederà a papà adesso? — Tuo padre ha firmato la tua condanna pur di salvarsi, Marco — risposi con voce dura, mentre rompevo il sigillo di ceralacca della busta. — Ha accettato di farti passare per il capro espiatorio dei conti esteri.

Non gli importava nulla di te. Importava solo del suo patrimonio e della sua libertà. Estrassi i fogli custoditi all'interno della busta svizzera. Erano estratti conto recentissimi, datati appena due giorni prima, relativi a un fondo fiduciario situato in una zona franca di Zurigo. Ma la cosa che mi fece gelare il sangue nelle vene non furono le cifre astronomiche registrate su quei conti — oltre dodici milioni di euro in titoli di Stato e lingotti d'oro digitali —, bensì il nome del vero beneficiario finale, registrato tramite una complessa catena di società estere anonime.

Non era Leonardo. Non era Valerio Moretti. E non ero io. Il nome stampato in grassetto sul documento di certificazione finale apparteneva a una persona che non avevo visto per oltre cinque anni, una persona che viveva ufficialmente a Palermo ma che aveva frequentato la nostra casa di famiglia ogni singola settimana durante la mia infanzia: Zia Beatrice, la sorella maggiore di mio padre, la donna che tutti in famiglia consideravano una pia e devota vedova dedita unicamente alla beneficenza e alla parrocchia del paese. — Zia Beatrice...? — sussurrai incredula, lasciando cadere i fogli sul materasso come se fossero incandescenti.

Marco strabuzzò gli occhi, balzando in piedi con uno scatto di puro terrore. — La zia... la zia Beatrice?! Ma se non ha mai lavorato in vita sua! Viveva in quella vecchia casa di pietra nel centro del paese, mangiava pane e cipolla, andava a messa ogni mattina alle sei e passava le giornate a ricamare tovaglie per la chiesa! Come diavolo è possibile che sia lei la titolare di dodici milioni di euro nascosti a Zurigo?

Il quadro della mia intera esistenza crollò definitivamente in quel momento, rivelandosi per quello che era: una gigantesca, mostruosa messinscena durata decenni. La povertà ostentata da zia Beatrice, il suo stile di vita apparentemente monastico e dimesso non erano altro che una copertura perfetta, una cortina fumogena studiata nei minimi dettagli per nascondere il più grande riciclaggio di denaro sporco della storia della nostra provincia.

E mio padre Leonardo, con tutte le sue sfuriate da padrone e i suoi ricatti morali, non era altro che un burattino manovrato da sua sorella maggiore, la vera mente fredda e spietata della famiglia. Prima che potessi riflettere sulle conseguenze di questa sconvolgente scoperta, la porta della stanza si aprì nuovamente. Questa volta non si trattava della polizia, né di un infermiere.

Sulla soglia comparve una figura minuta, vestita con un austero cappotto nero lungo fino alle caviglie, un foulard di seta scura annodato stretto al collo e un ombrello da passeggio con il manico d'avorio stretto tra le mani nodose. Era zia Beatrice. I suoi occhi piccoli, incorniciati da rughe profonde e gentili, mi guardarono con un'espressione di infinita dolcezza, mentre un sorrisino sottile e inquietante le increspava le labbra sottili. — Buongiorno, mia cara nipote Elena — disse con quella sua voce tremula e melodiosa che tante volte mi aveva cullato da bambina. — Vedo che hai trovato la mia piccola corrispondenza dalla Svizzera. Peccato che tu ti sia messa in testa di voler giocare alla detective... sai, le persone curiose a Messina rischiano di fare sempre brutti incidenti sulla strada costiera.