PARTE 13 — IL RISVEGLIO DI UNA NUOVA VITA A MESSINA
Sei mesi dopo il giorno in cui la mia vita era stata sconvolta dalle sirene della polizia e dalle manette scattate ai polsi di mia zia Beatrice, mi trovavo seduta alla scrivania del mio nuovo studio di consulenza aziendale, affacciato direttamente sullo Stretto di Messina. L'aria frizzante e salmastra di dicembre entrava dalla finestra socchiusami, portando con sé il profumo del mare e il rumore ritmico delle onde che si infrangevano contro gli scogli della litoranea.
La gamba destra era completamente guarita, e sebbene ogni tanto la spalla mi ricordasse ancora il terribile incidente d'auto con un leggero fastidio nei giorni di pioggia, il dolore fisico non era più nulla in confronto alla pace interiore che avevo finalmente conquistato. Il processo contro Leonardo, zia Beatrice e Valerio Moretti si avviava verso la sua conclusione naturale presso il tribunale di Messina e la Corte d'Assise di Palermo.
Grazie alle prove inconfutabili che avevo raccolto dal letto d'ospedale e alle dichiarazioni di pentimento parziale di mio fratello Marco — il quale era stato ammesso a un programma di protezione e reinserimento sociale come testimone chiave —, l'intero sistema di riciclaggio e frode finanziaria era stato smantellato fino alle fondamenta. Tutti i beni immobili e i fondi esteri occultati a Zurigo e Lugano erano stati sequestrati dallo Stato e destinati a un fondo di risarcimento per le piccole imprese locali che erano state strozzate dai debiti di quella scellerata associazione criminale.
Marco era venuto a trovarmi proprio la settimana precedente. Aveva un aspetto completamente diverso: i capelli tagliati corti, gli occhi limpidi, vestiti semplici e un’espressione finalmente adulta e consapevole. Aveva deciso di ricominciare da zero a lavorare onestamente in una cooperativa agricola nell'entroterra siciliano, lontano dai lussi falsi e dalle menzogne di famiglia.
Ci eravamo abbracciati a lungo, in un silenzio che valeva più di mille parole, suggellando la fine di un incubo e l'inizio di una riconciliazione fraterna autentica. Il telefono sulla mia scrivania squillò con una suoneria leggera e familiare. Allungai la mano e risposi con un sorriso spontaneo. — Studio di Consulenza Rossi, sono Elena. Dica pure.
Dall'altra parte della linea rispose la voce calorosa e gentile del direttore della principale banca di Messina, con cui stavo ultimando una complessa operazione di ristrutturazione finanziaria per tre aziende sane della provincia che avevano rischiato il fallimento a causa dei vecchi ricatti di Moretti. — Signorina Elena, abbiamo completato l'analisi dei bilanci.
I fondi di garanzia sono stati approvati all'unanimità. Volevo congratularmi con lei per la straordinaria competenza e la limpidezza professionale con cui ha condotto l'intera pratica. Lei ha davvero una marcia in più. — La ringrazio, direttore — risposi con voce serena e sicura. — Quando si lavora sulla verità e sulla trasparenza, i risultati arrivano sempre.
Chiusi la chiamata, appoggiando delicatamente il ricevitore sulla base. Mi alzai dalla sedia e mi avvicinai alla grande vetrata dello studio, osservando i traghetti che solcavano le acque blu dello Stretto tra la Sicilia e la Calabria, illuminati dalla luce dorata del tramonto invernale. Pensai a quel letto d'ospedale di sei mesi prima, al bip straziante del monitor cardiaco, alla telefonata glaciale con mio padre e al senso di vuoto che mi aveva divorato dentro.
Sembrava passato un secolo. Avevo perso una famiglia tossica e oppressiva, ma avevo ritrovato me stessa, la mia dignità e la mia vera libertà. Il passato era ormai cenere dispersa dal vento dello Stretto. Il futuro, invece, brillava luminoso davanti a me, pronto a essere scritto con le mie sole mani. Ma mentre un leggero sorriso di trionfo si distendeva sulle mie labbra, una notifica improvvisa illuminò lo schermo del mio cellulare appoggiato sulla scrivania: un messaggio proveniente da un numero sconosciuto, privo di mittente, che conteneva soltanto una foto scattata dall'alto e una frase agghiacciante che faceva gelare il sangue...






