PARTE 3 — L'OMBRA NEL CORRIDOIO E IL PASSATO DI LUGANO
Il cuore batteva all'impazzata mentre fissavo la porta d'ospedale, dove l'ombra di Leonardo era svanita nel nulla. La rivelazione di Marco aveva aperto una voragine sotto i miei piedi, trasformando il mio piccolo trionfo di indipendenza in un incubo giudiziario potenzialmente devastante. Se mio padre era qui a Messina, significava che la situazione era precipitata molto prima di quanto potessi immaginare.
Non si trattava più soltanto di un mutuo bloccato o di capricci familiari irrisolti; stavamo parlando di reati finanziari internazionali, di riciclaggio e di una cospirazione ordita proprio da coloro che mi avevano messa al mondo. — Devo alzarmi — dissi d'istinto, cercando di liberarmi dalle coperte e di appoggiare la gamba destra immobilizzata sul pavimento freddo.
Marco scattò in avanti, bloccandomi le spalle con decisione ma senza violenza. — Sei pazza? Hai una frattura composta alla tibia e la spalla fuori uso. Se provi a camminare adesso, finisci per farti un male cane e non risolverai assolutamente nulla. Nostro padre è furioso, Elena. Quando ha saputo che avevi bloccato l'unica linea di credito pulita che gli permetteva di pagare gli interessi sulle altre esposizioni, ha perso il controllo.
È venuto qui in macchina da solo, guidando per ore in pieno stato di alterazione. Mi lasciai ricadere sui cuscini, respirando a fatica mentre la rabbia tornava a surriscaldarmi il sangue. Guardai mio fratello negli occhi, cercando di cogliere ogni minima sfumatura nella sua espressione. — Tu sapevi tutto questo fin dall'inizio, Marco? O sei stato complice anche tu di questo piano folle? — chiesi con un tono di voce tagliente come una lama di rasoio.
Marco abbassò lo sguardo, arrossendo visibilmente. Si sedette sulla sedia di plastica accanto al letto, stringendosi le ginocchia con le mani. — Io non sapevo dei conti a Lugano nei dettagli, te lo giuro — rispose con voce roca, quasi implorando di essere creduto. — Sapevo che la casa era stata comprata con soldi "particolari", soldi che arrivavano da vecchi affari di papà prima che la sua prima azienda fallisse.
Ma ero giovane, viziato, e mi faceva comodo avere la macchina nuova, i vestiti firmati, le vacanze pagate senza dover muovere un dito. Quando ho capito che stavamo camminando su un campo minato era troppo tardi. Papà ci teneva in pugno tutti e due: te con il ricatto morale della famiglia e del dovere filiale, me con la promessa di ereditare un impero che, in realtà, è fatto solo di debiti e prestiti usurosi.
Il quadro cominciava a delinearsi nella sua interezza. La mia famiglia non era semplicemente disfunzionale; era un'associazione a delinquere domestica, e io ero stata designata fin da bambina come la custode inconsapevole dei loro segreti più oscuri. I miei ottimi voti a scuola, la mia laurea in economia e commercio conseguita con il massimo dei voti a Catania, la mia precisione maniacale nei dettagli contabili: tutto era stato abilmente pilotato da Leonardo affinché diventassi la candidata perfetta per gestire la parte amministrativa dei loro traffici illeciti, senza che io me ne rendessi conto.
Mi avevano fatto credere di essere la figlia studiosa, quella brava e responsabile, mentre in realtà ero soltanto la testa di legno ideale. — Dobbiamo fare qualcosa, e subito — dissi, riacquistando quella lucidità professionale che aveva caratterizzato la mia carriera di consulente aziendale a Messina. — Se la banca ha bloccato il mutuo, significa che il dipartimento antiriciclaggio ha già segnalato l'anomalia alla Procura della Repubblica.
Tra poche ore, forse pochi giorni, i magistrati emetteranno un mandato di perquisizione o un avviso di garanzia. E se quei conti a Lugano sono a me intestati o cointestati... — Lo sono, Elena. Sono intestati a te con una vecchia firma digitale che hai rinnovato tre anni fa, quando hai accettato di fare da garante per la ristrutturazione della taverna — ammise Marco con un filo di voce, chiudendo gli occhi.
Un lampo di fredda determinazione attraversò la mia mente. Non potevo permettere che la mia vita venisse distrutta per coprire le malefatte di un padre padrone che mi aveva sempre disprezzata. Se Leonardo pensava di venire qui a Messina a minacciarmi o a costringermi a firmare qualche documento di ripristino della garanzia, aveva fatto i conti senza l'oste.
In quel preciso istante, la maniglia della porta della stanza d'ospedale si abbassò lentamente, con un clic metallico che rimbombò nella stanza come un colpo di pistola. La porta si aprì, rivelando la figura imponente e minacciosa di nostro padre Leonardo, il cui volto era solcato da rughe profonde e dai segni di una rabbia cieca e incontrollabile.






