PARTE 10 — IL VERO VOLTO DI ZIA BEATRICE
La figura minuta di zia Beatrice avanzò lentamente all'interno della stanza d'ospedale, appoggiando ritmicamente la punta del suo ombrello d'avorio sul linoleum del pavimento con un ticchettio secco e cadenzato che rimbombava come un metronomo impazzito. Non c'era traccia della fragilità e della devozione anziana che aveva sempre ostentato davanti ai nostri occhi per tutta la vita; nel suo sguardo freddo e calcolatore si intravedeva la lucidità spietata di una mente criminale capace di muovere i fili di un'intera organizzazione mafiosa e finanziaria dalla cucina di una casa di pietra in provincia.
Marco indietreggiò fino a urtare contro il termosifone sotto la finestra, con il respiro corto e gli occhi sbarrati dal terrore. — Zia... tu... tu sei la mente di tutto? — balbettò Marco indicando i fogli svizzeri sparsi sul letto. — Papà ci ha detto per anni che eravamo poveri, che bisognava fare sacrifici, che la banca ci avrebbe tolto tutto... e tu invece... tu possiedi milioni di euro nascosti a Zurigo?
Zia Beatrice si fermò a un metro dal mio letto, accennando un sospiro di compatimento, come se stesse parlando a due bambini capricciosi che non capiscono la complessità del mondo reale. — Poveri? Sciocco ragazzo mio — rispose Beatrice con quella sua voce melliflua che ora suonava come il sibilo di un serpente. — La povertà è una condizione dello spirito, ma soprattutto è una magnifica copertura fiscale.
Nessun ispettore delle entrate, nessun magistrato antimafia andrebbe mai a perquisire la casa di una vecchia vedova che passa le giornate a recitare il rosario e a fare beneficenza per la parrocchia. I vostri genitori erano soltanto dei mediocri esecutori, burattini incapaci di gestire un capitale vero senza farsi notare. Leonardo ha sempre avuto il difetto di voler fare troppo il gradasso, di comprare macchine costose e ville appariscenti che attiravano i sospetti della finanza.
Io ho dovuto ripulire i suoi pasticci per quarant'anni. Sentii la rabbia superare ogni limite fisico, cancellando persino il dolore lancinante alla spalla e alla gamba. Mi sollevai a fatica sui cuscini, stringendo tra le dita il registratore vocale che continuava a catturare ogni singola sillaba di quella confessione delirante. — E così sei stata tu a ordinare a Moretti di manomettere i freni della mia macchina sulla litoranea di Messina, vero? — chiesi con voce tagliente come una lama, fissandola dritto negli occhi trasparenti. — Sapevi che stavo per bloccare il mutuo e che avrei scoperto la verità sui conti esteri intestati a mio nome, così hai deciso di eliminarmi prima che potessi denunciare tutti quanti.
Zia Beatrice sorrise apertamente, mostrando i denti piccoli e curati in modo innaturale per la sua età. Non negò nulla. Anzi, fece un cenno d'assenso con la testa, quasi compiaciuta della mia intuizione. — Gli incidenti capitano, cara Elena. La strada costiera di Messina è piena di burroni e di distrazioni. Peccato che tu abbia la scorza dura della nostra famiglia e che la tua utilitaria si sia fermata contro la roccia invece di fare il volo definitivo giù nella scogliera — disse Beatrice con una tranquillità agghiacciante, infilando la mano nella tasca del cappotto nero. — Ma sai qual è il problema dei giovani d'oggi, Elena?
Credete di poter controllare tutto con la tecnologia, con i registratori nascosti sotto il cuscino o con le minacce di chiamare la polizia. In quel preciso istante, dalla tasca del cappotto, zia Beatrice estrasse una piccola pistola semiautomatica brunita, dotata di un silenziatore lungo e sottile, puntandola dritta al centro del mio petto con una precisione e una freddezza che mi fecero gelare il sangue nelle vene. Marco emise un grido soffocato, coprendosi la bocca con le mani per non urlare, mentre il mondo intero sembrava fermarsi in un unico, disperato istante di morte imminente.






