La Notte dell'Interrogatorio
La sala degli interrogatori della caserma della Guardia di Finanza era piccola, spoglia e illuminata dalla luce fredda e ronzante di una plafoniera al neon. Le pareti grigie erano scrostate agli angoli e l'unico arredamento consisteva in un tavolo di metallo graffiato e due sedie di plastica dura. Di fronte a me sedeva il capitano De Luca, un uomo sulla cinquantina con i capelli grigi tagliati cortissimi, lo sguardo penetrante e un'espressione che non lasciava spazio a nessuna illusione di clemenza. «Signorina Rossi, facciamo il punto della situazione», esordì il capitano, appoggiando i palmi delle mani aperte sul tavolo metallico. «Abbiamo esaminato i tabulati telefonici, i registri degli accessi informatici e i movimenti bancari degli ultimi sei mesi.
Lei risulta essere l'unica firmataria di tutti i contratti fittizi intestati alle società estere controllate da Elena Moretti. Dal punto di vista formale e legale, lei è l'esecutrice materiale di una frode da quindici milioni di euro.» «Ma vi ho già spiegato che io non sapevo nulla!» esclamai con voce strozzata, stringendomi le braccia attorno al petto per cercare di fermare il tremito irrefrenabile che mi sc acoliva il corpo. «Ero convinta che si trattasse di una promozione interna!
Elena mi aveva ordinato di non dire niente a nessuno, dicendomi che erano normali procedure burocratiche!» Il capitano De Luca sospirò profondamente, inclinando la testa di lato, come un medico che deve comunicare una diagnosi terminale a un paziente testardo. «Signorina Rossi, capisco la sua disperazione, ma la giustizia non si basa sulle intenzioni dichiarate, bensì sulle prove materiali», rispose con voce calma ma ferma. «E le prove dicono che lei ha firmato centinaia di documenti finanziari senza leggerli, intascando teoricamente una percentuale attraverso quel conto offshore alle Cayman di cui stiamo verificando i movimenti.
Se non collabora attivamente per aiutarci a rintracciare la Moretti e a recuperare i capitali sottratti, rischi vent'anni di reclusione per associazione a delinquere e frode fiscale aggravata.» Vent'anni. Quella parola risuonò nella mia mente come una campana a morto. Vent'anni della mia vita buttati via in una cella buia, mentre la vera mente criminale si godeva i frutti del saccheggio su qualche spiaggia tropicale lontana, intoccabile e invisibile. «Io voglio collaborare», dissi con un filo di voce, guardando il capitano dritto negli occhi. «Ma non so dove sia Elena.
Non so dove vivesse fuori dall'ufficio, non mi ha mai parlato della sua vita privata, non mi ha mai invitato a casa sua. Era un fantasma persino quando lavoravamo a due metri di distanza.» De Luca mi fissò a lungo in silenzio, valutando ogni singola sillaba che avevo pronunciato. Poi aprì un fascicolo sul tavolo e tirò fuori una fotografia stampata da una telecamera di sorveglianza stradale.
La spinse lentamente verso di me. «Forse non sa dove si trovi adesso», disse il capitano con tono tagliente. «Ma forse riconosce questa macchina.» Abbassai lo sguardo sulla fotografia. Riconobbi immediatamente il modello e la targa di un'automobile scura, parcheggiata davanti a un hotel di lusso fuori città. Ma non era l'auto di Elena. Era quella di Marco, il mio fidanzato.






