La Bomba a Orologeria Inizia il Conto alla Rovescia
I mesi passarono in una sorta di frenesia fatta di produttività apparente. Le stagioni si alternarono. Le piogge autunnali lasciarono il posto alle raffiche gelide dell’inverno, che colpivano violentemente le finestre dell’ala est. La mia scrivania si riempiva continuamente di nuovi fascicoli, ognuno più spesso e complesso del precedente. Avevo ormai smesso da tempo di fare domande sul loro contenuto.
Di tanto in tanto Elena passava, sorrideva soddisfatta, mi dava una pacca sulla spalla e mi diceva che stavo facendo un lavoro eccellente. Fino a quella fredda mattina di primavera, esattamente sei mesi dopo il giorno in cui Elena si era seduta dietro la sua scrivania e mi aveva offerto quella misteriosa promozione. Era ancora presto, mancavano pochi minuti alle nove, quando uscii dall’ascensore e notai una strana tensione nel corridoio.
La normale attività dell’ufficio sembrava essersi fermata. Tre uomini in eleganti completi scuri erano riuniti davanti alla sala della direzione. Portavano con sé valigette di pelle e avevano quell’aria fredda e distaccata tipica dei revisori esterni o degli investigatori forensi. Quando cercai di passare davanti a loro per raggiungere la mia scrivania, l’uomo al centro si voltò.
Il suo sguardo acuto mi colpì in pieno volto. «È lei la dipendente responsabile della gestione amministrativa dei progetti operativi di questa ala?» domandò con una voce che non lasciava spazio a discussioni. Sentii un brivido freddo lungo la schiena. La gola mi si seccò. «Io... sono la coordinatrice operativa», risposi esitante, stringendo nervosamente la borsa.
L’uomo annuì lentamente, estrasse un tesserino identificativo e indicò la porta del mio ufficio. «Mi chiamo Van de Velde. Sono stato incaricato come revisore esterno per un’indagine interna sull’integrità aziendale. La prego di entrare e di accomodarsi alla sua scrivania.» Il mondo sembrò crollarmi addosso. Entrai nel mio ufficio con le gambe pesanti.
Sulla mia scrivania non c’era la solita pila di fascicoli appena arrivati. C’era un’unica, spessa cartella rossa. Sulla copertina era impresso il sigillo del consiglio di amministrazione. Il revisore entrò dietro di me, chiuse la porta e si sedette di fronte. Aprì la cartella rossa con un movimento lento, quasi esasperante. «Nelle ultime settimane abbiamo condotto un’approfondita verifica sui flussi finanziari di questo reparto», iniziò Van de Velde con calma, spingendo i documenti verso di me. «Sono state commesse frodi su larga scala.
Sono state create società di comodo per trasferire capitali all’estero e sono stati stipulati contratti falsi per un valore di milioni di euro.» Posò il dito su una pagina specifica, in fondo al documento. Abbassai lo sguardo. E in quel preciso istante smisi di respirare. Lì, in fondo al documento ufficiale... c’era la mia firma. Ancora e ancora. Pagina dopo pagina.
Firme che avevo apposto distrattamente, convinta che si trattasse di normali pratiche amministrative. Aprii ulteriormente la cartella, sfogliando i documenti con mani tremanti, e lessi finalmente ciò che si nascondeva dietro quelle firme. Documenti relativi a strutture finanziarie della cui esistenza non avevo mai saputo nulla. Contratti per operazioni immobiliari attraverso paradisi fiscali.
Autorizzazioni ufficiali per trasferimenti di capitale effettuati completamente all’insaputa della direzione. Un’ondata di terrore mi travolse. Capii con orrore di aver utilizzato la mia firma per approvare documenti che non avevo mai veramente visto, per non parlare del fatto che non li avevo mai compresi. La trappola si era chiusa completamente. E Elena... era scomparsa senza lasciare traccia.






