La resa dei conti nel bosco
La pioggia continuava a cadere fitta, bagnandomi i capelli e il viso, mentre fissavo la canna della pistola che Elena teneva saldamente puntata contro il mio petto. Nei suoi occhi non c'era più traccia della fredda e autoritaria direttrice che aveva orchestrato la mia rovina; c'erano solo la disperazione e la furia cieca di un animale braccato. «Sei proprio una stolta, Chiara», sibilò Elena con un sorriso isterico, indietreggiando lentamente verso il ciglio del dirupo che si affacciava sul lago sottostante. «Ti ho offerto una vita di successo, ti ho dato una scrivania con vista e la possibilità di contare qualcosa in questa vita... e tu hai preferito portare la polizia fino alla mia porta!» «Hai distrutto la mia vita, Elena», risposi con voce ferma, avanzando di un passo nonostante il pericolo mortale. «Hai usato il mio nome, la mia firma e la mia fiducia per rubare milioni di euro, condannandomi a vent'anni di carcere.
Non c'è più nessun posto in cui tu possa scappare.» Elena rise nervosamente, stringendo la valigetta metallica con la mano sinistra mentre teneva l'arma puntata con la destra. «Credi davvero che questi soldi siano miei? Credi che sia io la mente di tutto questo?» gridò con amarezza, indicando la valigetta. «Io ero solo l'anello di congiunzione, la coordinatrice operativa di un sistema molto più grande di noi!
Se mi fermi adesso, quelli che mi danno la caccia non arresteranno la loro corsa... verranno a cercare anche te, e non ti offriranno una seconda possibilità!» Prima che potessi replicare, il rumore di passi pesanti e di rami spezzati echeggiò alle nostre spalle. I fari delle torce della polizia illuminarono improvvisamente il tratto di bosco, proiettando fasci di luce accecante contro di noi. «Polizia!
Butti l'arma! È circondata!» gridò una voce autoritaria tra gli alberi, mentre gli agenti sbucavano da ogni direzione con le armi spianate. Elena si voltò di scatto verso la luce accecante, perse l'equilibrio sul terreno fangoso e scivolò rovinosamente lungo il pendio ripido, lasciando cadere la valigetta metallica che si aprì a metà, spargendo migliaia di documenti e mazzi di banconote tra le felci bagnate.
Mi precipitai sul ciglio del dirupo, guardando in basso. Gli agenti della squadra speciale stavano già bloccando Elena nel fango, ammanettandola con decisione mentre lei urlava frasi sconnesse. L'incubo era finalmente finito. O almeno, così credevo. Mentre gli agenti mi accompagnavano fuori dal bosco e mi avvolgevano in una coperta termica argentea, notai un dettaglio agghiacciante tra i documenti sparsi nel fango: un biglietto da visita macchiato d'acqua, con impresso un nome e un logo che non avrei mai voluto vedere.
Apparteneva alla direzione generale della stessa azienda in cui tutto era iniziato. E indicava che Elena non era stata altro che l'esecutrice di un ordine partito direttamente dai vertici più alti della società.






