Il Sospetto del Consiglio di Amministrazione
Il silenzio nell'ufficio era diventato soffocante, quasi irreale. Le lancette dell'orologio a parete sembravano scandire i secondi come colpi di martello su un'incudine. Fissavo il foglio con la mia firma ripetuta decine di volte, mentre il cervello cercava disperatamente una via d’uscita logica, un appiglio che potesse dimostrare la mia innocenza.
Ma non c'era nulla. Solo inchiostro nero su carta intestata, nero su bianco, inequivocabile e schiacciante. «Signorina Rossi», disse Van de Velde rompendo quel silenzio glaciale, con un tono che non tradiva alcuna emozione, né rabbia né compassione. «La frode ammonta a oltre quindici milioni di euro in sei mesi. Questa non è semplice negligenza amministrativa.
È concorso in bancarotta fraudolenta e riciclaggio internazionale.» Il mio stomaco fece una capriola. La sedia sotto di me parve improvvisamente instabile, come se stessi fluttuando nel vuoto. Cercai di aprire la bocca per parlare, per difendermi, per dire che Elena era la vera responsabile, che io ero solo una pedina inconsapevole manipolata da un superiore di cui mi fidavo ciecamente.
Le parole però mi rimasero bloccate in gola, imprigionate da un nodo di terrore puro. Che prove avevo? Non c'era un solo messaggio scritto, nessuna email formale, nessun ordine registrato che potesse scagionarmi. Tutto era avvenuto a voce, dietro la porta chiusa del suo ufficio blindato, con ordini verbali impartiti con un sorriso ingannevole. «Elena... la direttrice Elena Moretti», riuscii finalmente a sussurrare, con la voce rotta e tremante. «È stata lei a darmi questi fascicoli.
Lei mi ha detto che era una promozione legittima, che faceva tutto parte della normale procedura interna.» Van de Velde sollevò leggermente un sopracciglio, appoggiando i gomiti sul bordo della scrivania e intrecciando le dita. Nei suoi occhi freddi e azzurri passò un lampo di scetticismo professionale. «Elena Moretti ha rassegnato le dimissioni con effetto immediato la scorsa notte», rispose il revisore, osservando la mia reazione con attenzione clinica. «Il suo contratto è stato risolto d'ufficio e il suo ufficio è completamente vuoto.
Nessuno sa dove sia. Le telecamere di sicurezza mostrano che è uscita dal garage sotterraneo alle undici di sera con due valigie, diretta verso una destinazione sconosciuta all'estero.» Il mondo mi crollò addosso definitivamente. Aveva pianificato tutto nei minimi dettagli. Io ero stata scelta non per le mie capacità, ma perché ero vulnerabile, ambiziosa e disperata abbastanza da accettare di lavorare nell'ombra senza fare domande.
Ero il capro espiatorio perfetto, un parafulmine umano progettato per assorbire tutte le colpe nel momento in cui la struttura fraudolenta fosse crollata. «Io non sapevo nulla», ripetei come un automa, scuotendo la testa con foga crescente, mentre le prime lacrime calde cominciavano a rigarmi le guance. «Vi prego, dovete credermi! Controllate i registri informatici, verificate i terminali!
Io non ho mai visto un solo centesimo di quei soldi!» «I registri informatici mostrano che tutte le firme digitali e cartacee provengono dal suo account esclusivo, signorina Rossi», replicò Van de Velde con una freddezza disarmante. Poi estrasse dalla cartella un secondo documento, ancora più inquietante, e lo posò davanti a me. «Inoltre, le autorità fiscali hanno appena rintracciato un conto corrente offshore aperto alle isole Cayman tre mesi fa. E indovini un po' a quale nome è intestato?» Mi sporsi in avanti, con il respiro corto e gli occhi sbarrati dal terrore. Lessi il nome stampato sul modulo di apertura del conto bancario internazionale. Era il mio.






