Il Conto Fantasma alle Cayman
Il nome stampato su quel documento bancario era il mio. C'erano il mio codice fiscale, il mio indirizzo di residenza e una copia scannerizzata della mia carta d'identità, nitida e perfettamente autentica. Eppure, io non avevo mai aperto quel conto in vita mia. Non avevo mai posseduto un passaporto valido per viaggiare fuori dall'Europa, né avevo mai visto una sola banconota proveniente da paradisi fiscali tropicali. «Questo è un falso!
Qualcuno ha rubato i miei dati personali!» esclamai con voce strozzata, sentendo il panico salire fino al petto, impedendomi di respirare regolarmente. «Io non ho mai aperto quel conto! Guardate la firma, è palesemente contraffatta o clonata dai documenti d'assunzione!» Van de Velde non si scompose minimamente. Raccolse il foglio con la stessa calma professionale con cui un medico maneggia un referto di laboratorio infetto. «Saranno gli inquirenti della polizia finanziaria a stabilire l'autenticità di questa documentazione e l'origine dei flussi di denaro», disse, chiudendo lentamente la cartella rossa con un tonfo sordo che echeggiò nella stanza come una sentenza definitiva. «Per il momento, la direzione dell'azienda ha deciso di sospenderla cautelarmente da ogni mansione, con divieto assoluto di lasciare la città e obbligo di reperibilità per le autorità giudiziarie.» Mi alzai di scatto dalla sedia, barcollando leggermente per la vertigine.
La mia carriera, la mia reputazione, la mia vita tranquilla e ordinata erano state distrutte nel giro di poche ore, polverizzate da una macchinazione spietata di cui ero stata l'unica e cieca esecutrice. «Non potete farlo», mormorai, guardando il revisore con un misto di rabbia e disperazione. «Sono una vittima tanto quanto voi... anzi, di più! Sono stata usata!» «La legge non ammette ignoranza, signorina Rossi», rispose Van de Velde alzandosi in piedi, imponente e inflessibile. «La sua firma è su ogni singolo contratto illecito.
La sua negligenza attiva ha permesso a un'organizzazione criminale di saccheggiare le casse di questa società. Adesso, per favore, raccolga i suoi effetti personali. La polizia sta arrivando per interrogarla.» Uscì dall'ufficio senza aggiungere altro, lasciandomi sola in mezzo alla stanza che per mesi avevo considerato il simbolo del mio riscatto professionale.
Le pareti sembravano stringersi attorno a me, soffocandomi. Con le mani che tremavano violentemente, afferrai la mia borsa da lavoro, infilai dentro il blocco notes e i pochi oggetti personali rimasti sulla scrivania. Ogni mio movimento era rigido, meccanico, simile a quello di un condannato a morte che cammina verso il patibolo. Quando varcai la soglia dell'ala est per l'ultima volta, tutti i colleghi del reparto distrassero lo sguardo al mio passaggio.
Nessuno osò salutarmi. Nei loro occhi non c'era curiosità, ma solo un freddo timore reverenziale misto a disgusto, come se temessero che la mia stessa sfortuna potesse contagiarli. Qualcuno aveva già fatto circolare la voce: ero considerata la mente criminale, la truffatrice smascherata dai revisori esterni. Uscii dall'edificio principale barcollando sotto una pioggia battente che sembrava lavare via ogni speranza.
Le gocce gelide mi trafissero il cappotto, ma non provavo freddo. Ero intorpidita, svuotata di ogni energia vitale. Sapevo che la mia vita precedente era finita per sempre e che la notte che mi attendeva sarebbe stata l'inizio di un incubo giudizi sfruttato da chi, nell'ombra, rideva di me.






