L'Assedio alla Villa sul Lago
L'auto si fermò nel piazzale ghiaioso nascosto dietro la fitta vegetazione, a circa duecento metri dalla villa di lusso indicata dal segnale satellitare. La struttura appariva buia e silenziosa, con le pesanti persiane rigorosamente chiuse e nessuna luce visibile dalle finestre al piano terra. «Restate qui dentro e non muovetevi per nessun motivo», ordinò il capo degli agenti con voce ferma, impugnando la pistola prima di aprire lo sportello.
Gli operatori speciali si mossero rapidamente, sfruttando la copertura degli alberi e delle siepi per circondare l'edificio da tutti i lati. Io e Marco restammo immobili all'interno dell'auto, con il respiro sospeso e gli occhi incollati al parabrezza bagnato dalla pioggia. Passarono minuti interminabili che sembrarono durare ore. Il silenzio intorno a noi era rotto solo dal ticchettio delle gocce d'acqua sulla carrozzeria e dal battito accelerato del mio cuore.
Improvvisamente, un rumore secco e metallico squarciò il silenzio della collina. Un colpo d'arma da fuoco risuonò dall'interno della villa, seguito da urla concitate in lingua straniera e dal rumore di vetri infranti. «Contatto! Hanno aperto il fuoco! Entriamo!» urlò la voce gracchiante della radio di bordo. Prima che potessi realizzare cosa stesse accadendo, la porta principale della villa si spalancò violentemente e una figura scura sbucò fuori di corsa, precipitandosi verso il bosco sul retro.
Riconobbi immediatamente quella sagoma, nonostante il cappuccio scuro tirato giù sulla fronte. Era Elena. E con sé portava una valigetta rigida di metallo, stringendola al petto con disperazione. Senza riflettere sulle conseguenze, spinta da un impulso irrefrenabile di rabbia e giustizia, aprii lo sportello dell'auto della polizia e mi lanciai fuori sotto la pioggia battente, correndo verso il bosco per tagliarle la strada. «Chiara, no!
Fermati! È pericoloso!» gridò Marco alle mie spalle, ma la sua voce fu sovrastata dal fruscio del vento e dal caos dell'operazione. Corsi disperatamente tra i tronchi scivolosi e le felci bagnate, inseguendo la sagoma di Elena che avanzava a fatica nel fango ripido della collina. Riuscii a vederla voltarsi di scatto, con il volto sfigurato dalla rabbia e dal terrore, mentre impugnava una piccola pistola automatica puntata dritta contro di me. «Fermati o ti sparo, Chiara!» urlò Elena con voce isterica, mentre il riflesso della canna metallica brillava nella penombra del bosco.
Mi bloccai di colpo a pochi metri di distanza, con il respiro in gola e le mani alzate, mentre le sirene della polizia cominciavano a suonare in lontananza, circondando definitivamente l'intera collina.






