Il mondo intorno a me sembrò fermarsi. La voce dell'collega di Diego rimbombava nel mio orecchio come un'eco lontana e distorta. Diego era crollato. Il pericolo di cui il Dottor Romano mi aveva appena parlato si stava materializzando sotto forma del mio peggiore incubo.
– Devo andare subito all'ospedale! – gridai disperato guardando il vecchio medico.
– Aspetta, Alberto! – disse il Dottor Romano alzandosi a fatica. Prendendo una cartella medica dal suo archivio personale, me la consegnò con mano ferma. – Questa è la scheda clinica completa di Elena Vance, con la mappa genetica della sua patologia. Dalla ai medici del pronto soccorso. Potrebbe salvare la vita a Diego se si tratta davvero di una dissezione aortica!
Ringraziai il medico e corsi fuori dall'appartamento come un pazzo. Scesi le scale a rotta di collo, senza nemmeno attendere l'ascensore, e mi precipitai in strada per fermare un taxi. Durante tutto il tragitto verso la stazione dei treni di Roma e poi sul treno ad alta velocità diretto verso Frosinone, la mia mente fu invasa da un gorgo di preghiere, sensi di colpa e ricordi.
Ripensai a ogni momento passato con Diego: i suoi primi passi, le partite di pallone al parco, il suo diploma, il suo sorriso quando mi chiamava "papà". Non importava di chi fosse il sangue che scorreva nelle sue vene. Per me, lui era, è e sarebbe sempre stato mio figlio. L'idea di perderlo a causa di un segreto taciuto per trent'anni mi straziava l'anima.
Arrivai all'ospedale Spaziani di Frosinone in prima serata. Le luci fredde del pronto soccorso riflettevano un'atmosfera tesa. Corsi verso il bancone dell'accettazione con il fiato corto.
– Mio figlio... Diego! L'hanno portato qui poco fa in ambulanza! Dove si trova?
L'infermiera controllò rapidamente il computer. – Il signor Diego è attualmente in sala operatoria per accertamenti cardiaci urgenti. Può attendere nella sala d'aspetto del reparto di Cardiologia al secondo piano.
Volai letteralmente al secondo piano. Fuori dalla sala d'attesa trovai mia sorella Sofia, che piangeva sommessamente seduta su una sedia di plastica. Quando mi vide, si alzò di scatto e mi corse incontro, abbracciandomi fortissimo.
– Alberto! Oh Dio, Alberto... è terribile! I medici dicono che ha avuto una crisi cardiaca improvvisa, stanno cercando di capire cosa sia successo!
La spinsi via con delicatezza ma con fermezza, guardandola negli occhi con una rabbia repressa che non potevo più trattenere.
– Tu sapevi tutto, vero Sofia? – dissi con voce bassa e profonda, intrisa di dolore. – Sapevi di Elena Vance, sapevi dell'adozione segreta e sapevi della malattia! Perché non mi hai detto niente? Perché hai permesso che si arrivasse a questo punto?
Sofia sgranò gli occhi, sorpresa e devastata dal fatto che fossi a conoscenza di tutto. Il suo viso si scompose in una maschera di vergogna.
– Mamma ci aveva fatto giurare sul suo letto di morte di non rivelare mai nulla! – singhiozzò Sofia. – Voleva solo proteggere la tua famiglia, Alberto! Nessuno di noi sapeva che la malattia fosse così pericolosa... Mamma pensava che fosse solo un rischio lontano!
– La vostra bugia sta uccidendo mio figlio! – le urlai contro, incurante delle persone che ci guardavano.
In quel preciso istante, la porta della sala operatoria si aprì ed uscì il chirurgo caposquadra, con la mascherina abbassata sul collo e un'espressione estremamente preoccupata.
– Siete i familiari di Diego? – chiese il medico asciugandosi la fronte.
– Sono il padre! – dissi facendomi avanti e porgendoli la cartella clinica avuta da Romano. – Dottore, guardi questo fascicolo! È la storia clinica della madre biologica di Diego. Soffriva di Sindrome di Marfan avanzata!
Il chirurgo afferrò la cartella e la sfogliò rapidamente. I suoi occhi si spalancarono per la sorpresa e la gravità della scoperta.
– Santo cielo... Questo cambia tutto! Stavamo per somministrargli un farmaco anticoagulante che sarebbe stato fatale se ha una dissezione dell'aorta! Dobbiamo portarlo immediatamente in sala di chirurgia vascolare!
Il medico si voltò e rientrò di corsa nella zona sterile. Io rimasi lì, pietrificato nel corridoio, consapevole che la vita di Diego appesa a un filo sottilissimo dipendeva ora dall'intervento dei chirurghi e dalle informazioni contenute in quella vecchia cartella ingiallita.






