La luce abbagliante della torcia mi impediva di vedere chiaramente il volto dell'uomo. Fece un passo avanti e scorsi l'uniforme di una guardia giurata privata, un uomo sulla cinquantina con un'aria decisamente poco amichevole.
– Senta, mi scusi, – dissi cercando di mantenere la calma e mostrando le mani vuote, dopo aver nascosto frettolosamente il fascicolo all'interno del mio cappotto. – Sono un parente di una persona che è stata ricoverata qui trent'anni fa. Cercavo solo un ricordo, non volevo rubare nulla.
La guardia mi guardò con sospetto, squadrandomi dalla testa ai piedi. – Questo posto è pericolante e sotto sequestro conservativo. Non c'è niente da ricordare qui, solo rovine. Se ne vada subito prima che sia costretto a far venire una pattuglia.
Non me lo feci ripetere due volte. Camminai rapidamente verso l'uscita, sentendo il suo sguardo puntato sulla mia schiena finché non varcai il cancello esterno. Solo quando fui al sicuro sul marciapiede della strada principale mi fermai per riprendere fiato. Il cuore mi batteva a mille, ma all'interno del cappotto custodivo la cartella clinica di Elena Vance.
Mi rifugiai in un piccolo bar nelle vicinanze, ordinai un caffè caldo e aprii il fascicolo sul tavolino nell'angolo più nascosto del locale.
Le carte rivelavano dettagli inquietanti. Elena Vance era stata ricoverata d'urgenza il 10 ottobre 1996 al settimo mese di gravidanza. Presentava gravi complicazioni cardiache dovute a una malattia genetica rara, la Sindrome di Marfan avanzata. Il parto era stato indotto il 12 ottobre per salvare la vita del bambino. Ma la nota medica successiva faceva gelare il sangue: "La paziente Elena Vance è deceduta per arresto cardiaco due ore dopo il parto. Il neonato, maschio, mostra segni di stabilità ma necessita di monitoraggio genetico primario."
Continuai a leggere. Allegata alla cartella c'era una lettera autografa di Elena, scritta poco prima di entrare in sala operatoria. La grafia era identica a quella sulla fotografia trovata nella giacca di Diego.
"Se non dovrei farcela, vi prego di consegnare mio figlio alla famiglia della signora Caterina (mia madre). Lei sa la verità su mio marito e saprà come proteggere il bambino dai suoi creditori. Non permettete che suo padre lo trovi mai."
Rilessi quelle righe più e più volte. Mia madre Caterina conosceva Elena! Non si trattava di uno scambio casuale di neonati o di una compravendita spietata; c'era una rete di protezione, un patto segreto stretto tra due donne disperate per salvare la vita di un bambino innocente.
Ma allora, cosa ne era stato del figlio biologico mio e di Marta? Se Diego era il figlio di Elena Vance, dov'era il bambino che mia moglie aveva portato in grembo fino ad ottobre del 1996?
Mentre cercavo di ricomporre questo tragico puzzle, notai un piccolo foglietto di ricetta medica spillato all'ultima pagina della cartella. Riportava il nome di un medico curante: "Dott. Valerio Romano - Clinica Ostetrica Villa Aurora". Sotto il nome, c'era un indirizzo scritto a matita nel quartiere EUR di Roma.
Se quel medico era ancora vivo, lui era l'unica persona in grado di rivelarmi l'ultimo, terribile tassello della verità: che fine aveva fatto il mio vero figlio?
Decisi di non tornare a Frosinone quel pomeriggio. Presi un taxi e mi diressi direttamente all'indirizzo del Dottor Romano. Il quartiere era silenzioso, caratterizzato da eleganti palazzine residenziali. Trovai il nome "Romano" sul citofono di un attico.
Suonai con il dito tremante. Dopo alcuni secondi di silenzio, una voce anziana e affaticata rispose al citofono: – Chi è?
– Dottor Romano? Mi chiamo Alberto. Devo parlarle di una paziente che lei ha assistito nel 1996 alla clinica Villa Aurora... Si chiamava Elena Vance.
Dall'altro lato della linea ci fu un silenzio prolungato, pesante come un macigno. Poi, la voce del medico rispose con un filo di pianto e profondo timore: – Lei non avrebbe mai dovuto trovare quel nome. Salga, ma faccia attenzione a non farsi seguire.






