Il metallo freddo della canna della pistola premuto contro la tempia di Diego rifletteva la fioca luce delle lampade industriali sfarfallanti del deposito. Mio figlio mi guardò con gli occhi spalancati dal terrore, ma attraverso quel terrore scorsi un'improvvisa e dolorosa consapevolezza: il legame che ci univa non si era spezzato nonostante la verità scoperchiata nei giorni precedenti.
– Non firmare, Diego... – sussurrai con la voce tremante. – Non cedere a questi delinquenti.
– Zitto, vecchio! – urlò uno dei gorilla di Claudio, facendosi avanti e colpendomi con un pugno violento allo stomaco. D'istinto mi accasciai a terra sulla ghiaia, senza fiato e con una fitta di dolore lancinante al costato.
– Papà! – gridò Diego cercando disperatamente di liberarsi dalle corde che gli legavano i polsi alla sedia. – Lasciatelo stare, maledetti! Firmorò qualsiasi cosa volete, ma lasciate andare mio padre!
Claudio Vance sorrise con soddisfazione sadica. Slegò la mano destra di Diego e gli porse la penna insieme ai fogli legali.
– Ecco un bravo fratellino razionale, – disse Claudio con tono canzonatorio. – Firma qui, e entrambi potrete andarvene a marcire nella vostra miserabile vitina di provincia.
Diego afferrò la penna con la mano tremante. Guardò i fogli, poi guardò me, ancora steso a terra che cercavo di rialzarmi a fatica. Nei suoi occhi scorsi un lampo di determinazione che non avevo mai visto prima.
Invece di firmare il documento, Diego con un gesto fulmineo conficcò la punta d'acciaio della penna con tutta la forza che aveva nella mano di Claudio che impugnava la pistola.
Claudio emise un urlo disperato di dolore, lasciando cadere l'arma sulla ghiaia mentre il sangue cominciava a sgorgare dalla sua ferita.
– Maledetto bastardo! – ruggì Claudio afferrandosi la mano ferita.
– Corri, papà! Corri! – urlò Diego riuscendo a fare ribaltare la sedia su cui era legato e travolgendo uno dei due gorilla.
Il secondo uomo armato puntò la pistola contro Diego. Senza pensarci due volte, spinto soltanto dall'istinto primordiale di un padre che vede il proprio figlio in pericolo di morte, mi lanciai con tutto il peso del mio corpo contro le gambe dell'aggressore.
Lo scontro fu violento. Cademmo entrambi a terra sulla sporcizia. L'uomo perse la presa sulla pistola, che rotolò lontano tra i binari in disuso. Ma prima che potessi rialzarmi, l'altro gorilla si riprese e mi colpì ripetutamente con calci pesanti alla testa e al torace.
Sento le mie forze abbandonarmi, la vista mi si appannava mentre il sapore metallico del sangue mi riempiva la bocca. Attraverso il velo rosso che mi copriva gli occhi, vidi Claudio recuperare la prima pistola da terra con la mano sinistra ancora sanguinante. Il suo volto era sfigurato dalla rabbia di un demonio.
Puntò la canna direttamente verso il petto di Diego, che stava cercando faticosamente di rialzarsi da terra con le mani ancora parzialmente legate.
– Sei morto, bastardo! – urlò Claudio premendo il grilletto.
In quel preciso istante, con un ultimo disperato sforzo di volontà, mi gettai davanti a Diego per fare da scudo umano al suo corpo.
Un boato sordo rimbombò nell'immenso deposito abbandonato.
Sentii un dolore bruciante e devastante penetrare nella mia spalla sinistra, una forza d'impatto tremenda che mi scaraventò all'indietro tra le braccia di Diego.
– PAPÀ! NOOO! – il grido di angoscia di Diego lacerò l'oscurità del capannone.
Proprio in quel secondo drammatico, l'esterno del deposito venne illuminato a giorno da decine di fari blu lampeggianti. Il suono delle sirene spiegati dei carabinieri squarciò il silenzio della notte. Le porte d'ingresso in lamiera vennero abbattute con violenza e decine di uomini delle forze speciali irruppero nel deposito con le armi puntate.
– Carabinieri! Fermi tutti! A terra! Mettete giù le armi! – urlarono gli ufficiali.
Claudio e i suoi complici, colti di sorpresa e accerchiati, tentarono una fuga disperata verso le uscite secondarie, ma vennero rapidamente bloccati e immobilizzati a terra dai carabinieri.
Io ero steso sulla ghiaia, con la testa appoggiata sulle ginocchia di Diego. La sua mano mi stringeva forte il petto dove il sangue caldo continuava a uscire macchiando i suoi vestiti.
– Papà... ti prego, resta con me! Non chiudere gli occhi! – singhiozzava Diego disperato, lavandomi il viso con le sue lacrime. – Scusami... scusami per tutto quello che ti ho detto! Tu sei mio padre! Sei l'unico padre che io abbia mai avuto!
Sorrisi debolmente, sentendo le mie forze svanire pian piano mentre il buio mi avvolgeva.
– Ti... ti voglio bene, figlio mio... – sussurrai prima di perdere completamente i sensi.






