– Non toccarlo! – sbottai con una voce più dura di quanto avessi intenzione di usare.
Diego ritrasse la mano, sorpreso ed ferito dalla mia reazione improvvisa. Mi fissò con uno sguardo carico di perplessità. – Papà, ma che ti succede in questi giorni? Da quando hai trovato quella foto sei diventato strano, nervoso. Nascondi cose, mi urli contro... Cosa sta succedendo in questa casa?
Guardai mio figlio. Notai per la prima volta con spaventosa nitidezza quanto i suoi tratti somatici differissero dai miei e da quelli di Marta. Non aveva né il mio naso aquilino né gli occhi chiari di mia moglie. Aveva invece gli stessi occhi scuri, profondi e leggermente tristi della donna nella fotografia ingiallita: Elena Vance.
Il cuore mi si strinse in una morsa di dolore. Come potevo guardarlo negli occhi e dirgli che forse tutta la sua vita era stata costruita su una menzogna architettata dalla sua stessa famiglia?
– Scusami, Diego, – dissi addolcendo il tono e cercando di respirare regolarmente. – È solo che sto riordinando i vecchi documenti finanziari di tua nonna e ho trovato delle discrepanze legali... cose noiose ed ereditarie che mi stanno stressando.
Diego non sembrava del tutto convinto, ma annuì lentamente. – Se lo dici tu... Comunque, stasera esco con Giulia. Non aspettarmi per cena.
Quando la porta di casa si chiuse dietro di lui, tirai un lungo sospiro di sollievo. Ero riuscito a guadagnare tempo, ma la situazione stava diventando insostenibile. Non potevo continuare a nascondermi dietro mezze verità. Dovevo andare a Roma e scoprire cosa fosse realmente accaduto alla clinica Villa Aurora e chi fosse Elena Vance.
Il giorno seguente, finsi di avere una visita di controllo e presi il primo treno per la capitale. Roma mi accolse con un cielo grigio e una pioggia sottile che rendeva l'aria ancora più fredda. L'indirizzo della clinica corrispondeva a un vecchio edificio nel quartiere Nomentano, ormai abbandonato e circondato da erbacce e recinzioni arrugginite.
Camminai lungo il perimetro della struttura. Le finestre del piano terra erano sbarrate con assi di legno, ma un cancello secondario sul retro era socchiuso. Spinto da una disperata sete di verità, mi infilai nel cortile interno. L'odore di muffa e vegetazione selvatica era penetrante.
Trovai una porta a vetri rotta che dava accesso agli archivi interrati. Con l'aiuto della torcia del cellulare, scesi le scale scivolose. Il seminterrato era un labirinto di scaffali rovesciati e faldoni distrutti dall'umidità. La maggior parte dei documenti era illeggibile, ma la sezione riservata agli anni novanta conservava ancora qualche scatola scampata al degrado.
Cercai affannosamente tra le cartelle contrassegnate dalla lettera 'V'. Dopo quasi un'ora di ricerche tra la polvere che mi faceva tossire, la trovai: "Vance, Elena - Cartella Clinica 1996".
Mentre la aprivo con le mani tremanti, sentii improvvisamente dei passi pesanti e cadenzati scendere le scale di cemento dietro di me.
– Chi c'è lì? – gridò una voce maschile profonda e minacciosa. – Questa è proprietà privata! Esca subito o chiamo i carabinieri!
Mi girai di scatto, nascondendo la cartella dietro la schiena, mentre il fascio di una potente torcia mi accecava completamente.






