Il sangue mi si congelò nelle vene. Il messaggio anonimo riempì ogni fibra del mio corpo di un terrore cieco. I fratellastri di Diego lo avevano già trovato! La sua fragilità emotiva e il suo allontanamento da casa lo avevano reso una preda facilissima per gente spietata come Claudio Vance.
Guardai l'orologio: erano le 17:30. Il luogo del ritrovo, il vecchio deposito merci abbandonato della stazione di Frosinone, era un'area industriale dismessa, isolata e buia. Avevo meno di due ore per organizzarmi.
La tentazione di chiamare la polizia fu fortissima, ma il rischio che i rapitori mantenessero la promessa di fare del male a Diego mi paralizzava. Non potevo correre alcun rischio con la vita di mio figlio. Tuttavia, non potevo nemmeno presentarmi lì totalmente inerme.
Chiamai mia sorella Sofia. Nonostante la rabbia e il risentimento che provavo nei suoi confronti per le menzogne del passato, lei era l'unica persona di cui potevo fidarmi per gestire un'emergenza sul territorio di Frosinone.
– Sofia, ascoltami bene e non interrompermi, – dissi con voce bassa e tesa non appena lei rispose. – Hanno preso Diego.
– Cosa?! Chi ha preso Diego? – gridò lei al telefono.
– I familiari biologici di suo padre. Vogliono costringerlo a rinunciare a un'eredità. Mi hanno dato un appuntamento stasera al vecchio deposito merci della stazione. Vogliono che io vada da solo. Ti sto chiedendo di andare subito alla stazione dei carabinieri, spiegare la situazione a un ufficiale di alto grado e dire loro di circondare la zona in modo discreto, SENZA intervenire finché non ve ne darò il segnale tramite la mia posizione GPS del cellulare!
– Alberto, è troppo pericoloso! Vengo con te! – protestò Sofia piangendo.
– No! Fai esattamente quello che ti ho detto se vuoi salvare tuo nipote! È l'unico modo per riparare a tutti gli errori che avete fatto in passato!
Chiusi la chiamata prima che potesse replicare. Presi il treno di ritorno per Frosinone, con la mente in subbuglio e il cuore che batteva a ritmi frenetici. Durante il viaggio, impostai la condivisione della posizione in tempo reale sul cellulare di Sofia.
Alle 19:15 arrivai nei pressi del vecchio deposito merci. La zona era avvolta dalle ombre della sera. L'aria era gelida e la nebbia autunnale cominciava ad alzarsi dal terreno, rendendo la visibilità scarsa. Le immense strutture di lamiera arrugginita si stagliavano contro il cielo scuro come giganteschi mostri d'acciaio.
Avanzai lentamente tra i binari in disuso, sentendo il rumore dei miei passi sulla ghiaia. Avevo la torcia del cellulare accesa per orientarmi.
– Sono qui! – gridai con quanta forza avevo in gola, la mia voce rimbombò nell'immenso deposito vuoto. – Ho fatto quello che avete chiesto! Sono venuto da solo! Mostratemi mio figlio!
Dalle ombre in fondo al capannone emersero tre figure. Due uomini alti e tarchiati vestiti con giubbotti di pelle nera scortavano un terzo uomo elegante, con un lungo cappotto scuro e uno sguardo di pura malvagità. Al centro del gruppo, legato a una sedia di legno e con il viso insanguinato, c'era Diego.
– Papà! – urlò Diego vedendomi. La sua voce era debole e rotta dal dolore. – Perché sei venuto?! Ti avevano detto di non venire, ti faranno del male!
– Diego! Stai bene? – feci per correre verso di lui, ma i due uomini tarchiati fecero un passo avanti mostrando le armi da fuoco nascoste sotto i giubbotti. Mi fermai di colpo.
L'uomo col cappotto scuro fece un sorriso sdegnoso. – Immagino che tu sia il presunto "padre" adottivo. Mi chiamo Claudio Vance, il fratello di questo bastardo.
– Lasciatelo andare! – gridai affrontando lo sguardo di Claudio. – Non ha nulla a che fare con voi né con la vostra famiglia! Ha rinunciato a tutto!
– Non ancora, – rispose Claudio estraendo dalla tasca interna della giacca una mazzetta di documenti legali e una penna. – Il caro fratellino deve firmare qui la rinuncia totale e incondizionata a ogni bene di nostro padre Edoardo. E per essere sicuri che non impugni l'atto in futuro denunciandoci per estorsione, firmerà anche una confessione autografa in cui dichiara di aver rubato una somma di denaro dalla nostra società.
– Siete dei pazzi! – protestai. – Non vi firmerà mai una cosa del genere!
Claudio estrasse una pistola dalla cintola, la caricò con un gesto lento e deliberato e la puntò direttamente alla testa di Diego.
– O firma entro tre minuti, – disse Claudio con voce priva di qualsiasi emozione, – oppure lasceremo qui il suo cadavere e faremo figurare che sia stato un regolamento di conti tra delinquenti. A te la scelta, vecchio mio.






