IL SEGRETO SOTTO LA POLVERE DEL TEMPO
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IL SEGRETO SOTTO LA POLVERE DEL TEMPO

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L'ascensore salì lentamente fino all'ultimo piano. Ad attendermi sulla porta di casa c'era un uomo molto anziano, alto ma curvato dagli anni, con una folta chioma di capelli d'argento e occhi segnati da una profonda malinconia. Il Dottor Valerio Romano mi fece cenno di entrare in un ampio salone pieno di libri e vecchi strumenti medici.

– Siediti, Alberto, – disse indicando una poltrona di pelle scura. Si servì un bicchiere di brandy e me ne offrì uno, che accettai volentieri per calmare i nervi.

– Immagino tu sia il figlio di Caterina, – esordì il medico guardandomi con tristezza. – Hai lo stesso sguardo testardo di tua madre. Sapevo che prima o poi qualcuno sarebbe venuto a bussare alla mia porta. Trent'anni sono lunghi, ma la colpa non invecchia mai.

– Dottore, la prego, mi dica la verità, – implorai appoggiando le mani sulle ginocchia. – Diego... il ragazzo che ho cresciuto... è il figlio di Elena Vance? E cosa è successo a mio figlio? Che cosa ha fatto mia madre insieme a lei?

Il Dottor Romano sorseggiò il brandy, fissando il vuoto per qualche secondo prima di cominciare a parlare.

– Nell'ottobre del 1996, tua moglie Marta fu ricoverata d'urgenza a Villa Aurora per un distacco di placenta prematuro e gravissimo. Purtroppo, nonostante tutti i nostri sforzi, il bambino nacque morto. Marta era in condizioni critiche, in coma farmacologico, e i medici temevano che la notizia della perdita del bambino, combinata con la sua fragilità psicologica e cardiaca, l'avrebbe uccisa d'infarto.

Un brivido gelido mi percorse l'intera spina dorsale. Il mio vero figlio... era nato morto. Per trent'anni avevo vissuto nell'ignoranza di una perdita così devastante.

– Nelle stesse ore, – continuò il medico con voce soffocata, – Elena Vance, una giovane donna in fuga da un marito violento e legato alla criminalità organizzata, stava morendo nello stanza accanto dopo aver dato alla luce un maschietto sano. Elena sapeva che non sarebbe sopravvissuta e che, se il marito avesse scoperto la nascita del bambino, lo avrebbe preso per addestrarlo o usarlo come merce di scambio. Tua madre Caterina era presente in clinica quell'oscura notte.

– Mia madre... – mormorai con la voce spezzata.

– Tua madre vide la tragedia di due famiglie e prese una decisione estrema e illegale, – spiegò Romano. – Convinse Elena, nei suoi ultimi momenti di vita, a firmare l'affidamento segreto a lei. Poi, sfruttando la mia debolezza e la mia disperazione economica di allora, mi pagò una cifra enorme per falsificare i registri di nascita. Fece figurare che il figlio di Elena fosse il figlio nato da Marta e da te.

– E Marta? Mia moglie lo ha mai saputo? – chiesi con le lacrime che ormai rigavano il mio volto.

– Marta non ha mai saputo nulla, – rispose il vecchio medico scuotendo la testa. – Quando si risvegliò dal coma, le mettemmo tra le braccia il piccolo Diego. Lei credette con tutta l'anima che fosse il suo bambino. Tua madre ha portato questo peso da sola per tutta la vita, per proteggere la tua felicità e salvare un neonato da un destino terribile.

La rivelazione mi lasciò sconvolto. Mia madre aveva compiuto un gesto di folle amore e al contempo di tremenda ingiustizia. Aveva salvato Diego, aveva salvato mia moglie dal dolore mortale, ma ci aveva avvolti tutti in una gigantesca bugia.

– Ma c'è un'altra cosa che devi sapere, Alberto, – disse improvvisamente il Dottor Romano, cambiando tono e assumendo un'espressione grave. – La malattia genetico-congenita di Elena Vance... la Sindrome di Marfan. È una patologia ereditaria del tessuto connettivo che può causare aneurismi aortici improvvisi e letali se non diagnosticata e curata in tempo.

Mi alzai di scatto dalla poltrona, con il cuore che batteva a martello.

– Cosa sta dicendo, Dottore? Diego... Diego corre questo pericolo?

– Diego ha il 50% di probabilità di aver ereditato la mutazione genetica, – rispose Romano con voce tremante. – Se non fa subito un esame del DNA e un'ecocardiografia specifica, potrebbe rischiare la vita da un momento all'altro senza avvertire alcun sintomo!

Mentre assimilavo questa nuova, terribile minaccia, il mio telefono cellulare nella tasca della giacca cominciò a suonare impazzito. Era un numero sconosciuto.

Risposi con la mano che tremava in modo incontrollabile.

– Pronto? Alberto? – la voce dall'altro capo del telefono era agitata, uno sconosciuto che parlava con affanno. – Sono il collega di lavoro di suo figlio Diego! Diego è appena svenuto in ufficio durante una riunione... Ha perso conoscenza e si sta lamentando di un forte dolore al petto! L'ambulanza lo sta portando d'urgenza all'ospedale di Frosinone!