Un mese dopo le mie dimissioni dall'ospedale, in una limpida e mite mattina di tardo autunno, Diego e io salimmo in macchina per intraprendere un viaggio che avevamo pianificato da settimane. Le mie ferite fisiche erano quasi del tutto rimarginate, ma il nostro viaggio serviva a curare gli ultimi angoli rimasti scoperti del nostro spirito.
La nostra prima tappa fu il cimitero monumentale di Roma. Camminammo in silenzio lungo i viali alberati fino a raggiungere una sezione tranquilla e isolata, dove si trovava la tomba di Elena Vance. La lapide era semplice, ricoperta da un velo di muschio e trascurata per trent'anni.
Diego si inginocchiò davanti alla tomba. Estrasse dalla tasca un mazzo di rose bianche fresche e lo depose delicatamente sulla pietra fredda. Poi, tirò fuori una copia fotografica plastificata della famosa foto ingiallita trovata nella giacca e la sistemò accanto al nome di Elena.
– Ciao, mamma, – disse Diego con voce chiara e serena. – Ci ho messo trent'anni per trovarti. Voglio che tu sappia che sto bene. Ho avuto una vita bellissima, piena d'amore, e la persona che è qui accanto a me si è presa cura di me ogni singolo giorno proprio come tu speravi che accadesse. Puoi riposare in pace adesso. Il tuo sacrificio non è stato invano.
Rimanemmo lì in preghiera per diversi minuti. Vedere Diego riconciliarsi con le proprie radici senza rinnegare l'amore per la nostra famiglia mi riempì il cuore di una gioia indicibile.
Dopo aver lasciato il cimitero di Roma, ci diressimo verso il cimitero cittadino di Frosinone, dove riposavano mia moglie Marta e mia madre Caterina.
Ci fermammo davanti alla cappella di famiglia. Diego accese due ceri e li pose davanti alle foto di sua nonna e di quella che per trent'anni aveva considerato sua madre naturale.
– Ho capito perché l'avete fatto, – disse Diego parlando alle tombe con profondo rispetto. – Avevate paura, ma l'avete fatto per amore. Non provo più alcun rancore. Vi ringrazio per avermi regalato questa vita e questa fantastica famiglia.
Guardai il volto di mia moglie Marta ritratto sulla ceramica della tomba. Nel mio cuore le chiesi perdono per aver dubitato della sua memoria e le promisi che avrei continuato ad amare nostro figlio con tutta la forza che mi rimaneva in corpo.
Nel pomeriggio, ci incontrammo nello studio dell'avvocato Marini per chiudere definitivamente le pendenze legali riguardanti l'eredità di Edoardo Vance. Con l'arresto di Claudio e dei suoi complici, la posizione di Diego era del tutto tutelata.
Diego si sedette di fronte all'avvocato, mantenne la calma e firmò i documenti ufficiali.
– Desidero rinunciare a qualsiasi quota del patrimonio di mio padre biologico, – dichiarò Diego con voce ferma e priva di esitazioni. – Devolerò l'intera somma che mi spetterebbe di diritto a una fondazione medica per la ricerca sulla Sindrome di Marfan e alla tutela delle donne vittime di violenza domestica. Non voglio un solo centesimo da quell'uomo. La mia vera ricchezza l'ho già ricevuta da mio padre Alberto.
L'avvocato Marini, solitamente austero e distaccato, guardò Diego con uno sguardo di sincera ammirazione e annuì rispettosamente mentre apponeva i timbri ufficiali sui fogli di rinuncia e donazione.
Quando uscimmo dallo studio legale, la luce del tramonto tingeva i tetti di Roma di un caldo colore dorato. L'aria era fresca e pulita. Diego mi mise un braccio intorno alle spalle per sostenermi nel cammino.
– E adesso, papà? – chiesi sorridendo. – Qual è il nostro prossimo passo?
Diego mi guardò con un sorriso luminoso e contagioso, lo stesso sorriso che avevo amato per trent'anni e che ora riconoscevo come il dono più grande della mia vita.
– Adesso torniamo a casa, papà, – rispose Diego. – Abbiamo un matrimonio da organizzare!






