Per 12 anni ho fatto la spesa ogni domenica per il mio vicino di 84 anni.
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Per 12 anni ho fatto la spesa ogni domenica per il mio vicino di 84 anni.

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«Dobbiamo andarcene immediatamente!» dissi afferrando i documenti dal tavolo e riponendoli nella cartella di cuoio. «Hanno localizzato il tuo indirizzo tramite i registri dell'ospedale o la rete telefonica. Se ci prendono qui dentro, non avremo nessuna possibilità di difesa.»

Elena era ancora sotto shock per la sequenza travolgente di scoperte, ma l'istinto di sopravvivenza prese il sopravvento. Corse in camera da letto, infilò le sue scarpe da ginnastica, prese una giacca pesante e la sua borsa contenente i documenti d'identità.

«C'è una rampa di scale d'emergenza che dà sul cortile interno del palazzo», disse guidandomi verso il fondo del corridoio. «Passa dal retro del garage e sbuca sulla via parallela.»

Uscimmo dall'appartamento chiudendo la porta senza fare rumore. Proprio mentre stavamo scendendo i primi gradini della scala d'emergenza metallica, il suono sordo della porta principale del condominio che veniva sfondata con la forza risuonò nella tromba delle scale. Uomini con stivali pesanti stavano salendo a passi veloci verso il secondo piano.

Ci catapultammo giù per la rampa di ferro, scivolando nell'oscurità del cortile posteriore. Raggiungemmo la via parallela attraverso il cancello carrabile e ci infilammo nella mia automobile, che avevo fortunatamente parcheggiato a distanza di sicurezza dall'ingresso principale del fabbricato.

Misi in moto e mi immisi nel traffico mattutino che cominciava gradualmente a popolare le strade della città. Attraverso lo specchietto retrovisore notai una delle berline nere di Moretti uscire dal vicolo a gran velocità, ma la presenza di un autobus di linea ci offrì una copertura momentanea permettendoci di far perdere le nostre tracce nei meandri dei quartieri industriali periferici.

«Dove stiamo andando?» chiese Elena con la voce tremante, fissando la pioggia che continuava a scendere violenta contro i vetri dell'auto. «Non posso tornare a casa mia, non posso andare al museo... mi stanno cercando ovunque!»

«C'è un posto dove non penseranno mai di cercarci subito», risposi stringendo il volante. «La casa di tuo padre. È stata perquisita stanotte dai suoi uomini; penseranno che non avremmo mai l'audacia di tornare proprio sul luogo del delitto.»

Guidai fino al nostro quartiere con estrema cautela. Parcheggiai l'auto all'interno del garage coperto della mia abitazione, al riparo da sguardi indiscreti. Poi, muovendoci tra le siepi e la fitta vegetazione del giardino posteriore, entrammo nella casa di Arthur attraverso la botola dello scantinato che avevo usato per fuggire la notte precedente.

La casa era a Soqquadro. I cassetti dei mobili erano stati svuotati sul pavimento, i quadri strappati dalle pareti, le poltrone tagliate nel disperato tentativo di trovare la valigia o indizi sulla cassetta di sicurezza.

Elena camminò lentamente attraverso il soggiorno devastato, toccando con le dita le vecchie fotografie di Arthur conservate sulle mensole intatte. I suoi occhi si riempirono di lacrime mentre osservava quel piccolo mondo modesto e silenzioso in cui suo padre aveva trascorso gli ultimi dodici anni della sua vita, a pochi minuti da lei.

«Lui... lui mi vedeva davvero?» chiese a bassa voce, fermandosi davanti a una cornice che conteneva un ritaglio di giornale del museo con una sua piccola foto.

«Ogni singola domenica», le dissi avvicinandomi. «Mi parlava spesso di te, anche se non usava mai il tuo nome per paura di tradirsi. Mi diceva che c'era una giovane donna che lavorava in città il cui talento gli ricordava la bellezza del mondo prima della tragedia. Arthur non ti ha mai abbandonata, Elena. Ti ha amata protetto da lontano nell'unico modo che gli era rimasto.»

Si accasciò sul vecchio divano di stoffa consumata, stringendo al petto il diario di suo padre. Per la prima volta da quando era cominciato quel giorno da incubo, il suo volto non esprimeva solo terrore, ma una determinazione profonda e d'acciaio.

«Voglio distruggerlo», disse guardandomi negli occhi con una fermezza che mi ricordò incredibilmente la foto di Arthur da giovane. «Voglio che Vittorio Moretti paghi per tutto quello che ha fatto a mia madre, a mio padre e a me. Cosa dobbiamo fare?»

Svuotai il contenuto della cartellina rossa sul tavolo della cucina. Oltre ai documenti d'adozione, vi erano i registri contabili originali del Gruppo Finanziario Sterling risalenti al 1988, contenenti le firme autografe di Moretti che attestavano i trasferimenti illegali di capitali verso società offshore in Svizzera e nei Caraibi. Ma la prova schiacciante era un documento notarile firmato in segreto prima della presunta vendita dell'azienda: una clausola di salvaguardia che stabiliva che tutti i beni della holding fossero indivisibili e vincolati all'erede legittimo di Arthur Sterling.

«I documenti contabili possono far arrestare Moretti per truffa e bancarotta fraudolenta», spiegai indicando i bilanci sfasati. «Ma la clausola di salvaguardia ti rende la proprietaria legale del cento per cento delle azioni della sua attuale holding. Moretti ha costruito il suo impero su una menzogna legale. Se presentiamo questi documenti alla Procura Generale della Repubblica e alla Commissione di Vigilanza sulla Borsa, le sue società verranno congelate nel giro di ventiquattrore.»

«Allora andiamo subito dalla polizia!» esclamò Elena facendosi avanti.

«Non è così semplice», le feci notare. «Moretti ha talmente tanti appoggi nelle istituzioni che se inviamo questi documenti per vie ordinarie, la pratica verrà insabbiata prima ancora di arrivare sul tavolo di un magistrato inquirente. Ci serve una persona d'influenza assolutamente incorruttibile che possa presentare le prove direttamente al Procuratore Capo.»

Elena rimase in silenzio per qualche istante, riflettendo. Poi un raggio di speranza le illuminò lo sguardo.

«Conosco io la persona giusta», disse estraendo il suo telefono cellulare. «Il Presidente del Comitato Scientifico del nostro museo, la dottoressa Beatrice Conti. È stata un magistrato antimafia prima di andare in pensione e il suo attuale marito è il Procuratore Generale della Corte d'Appello. Se c'è una persona al mondo di cui posso fidarmi cieca e che possiede l'autorità per fermare Moretti, è lei.»

Elena compose il numero. Ma prima che potesse avviare la chiamata, una serie di passi pesanti e cadenzati risuonò chiaramente nel vialetto d'ingresso davanti alla casa.

Ci pietrificammo. Guardai attraverso la fessura della tenda della cucina. Tre auto scure della sicurezza privata del Gruppo Sterling stavano bloccando l'intero accesso alla strada. Vittorio Moretti in persona stava camminando verso il portico di casa, affiancato da quattro uomini armati.

Non ci avevano rintracciati tramite i telefoni. Avevano semplicemente piazzato dei piantoni fissi nel quartiere sapendo che prima o poi saremmo tornati lì.