La pioggia continuava a picchiare implacabile sul parabrezza mentre guidavo verso il quartiere residenziale dove abitava Elena Vane. La cartella rossa che avevo recuperato dal caveau della banca giaceva sul sedile del passeggero, come una bomba ad orologeria pronta ad esplodere e a ridefinire per sempre il destino di una donna che non sospettava nulla.
Parcheggiai lungo il viale alberato a poca distanza dalla sua abitazione: una palazzina elegante di tre piani circondata da un piccolo giardino privato. Le luci del suo appartamento al secondo piano erano ancora spente. Guardai l'ora: le sei e quindici del mattino. Attendere l'orario di apertura del museo era un lusso che non potevo permettermi; Moretti e la sua rete di contatti avrebbero impiegato poche ore per rintracciarla.
Scesi dall'auto stringendo la cartella sottobraccio e salii la rampa di scale della palazzina. Suonai al campanello recante il nome E. Vane.
Trascorsero diversi minuti prima che una voce assonnata e diffidente rispondesse dall'interfono. «Chi è a quest'ora?»
«Signorina Vane, mi perdoni l'ora», dissi cercando di mantenere un tono di voce calmo ma urgente. «Mi chiamo Julian. Non ci conosciamo, ma devo parlarle di una questione di estrema gravità che riguarda la sua famiglia e la sua vera identità. Riguarda Arthur Sterling.»
Ci fu un lungo silenzio dall'altra parte dell'interfono. Il nome di Arthur Sterling non le diceva nulla, ma l'urgenza della mia voce doveva aver trasmesso un segnale di pericolo autentico.
«Chi ha detto che si chiama?» chiese la voce, ora decisamente più vigile.
«Mi chiamo Julian. Ero il vicino di casa di Arthur Sterling. È deceduto due giorni fa e mi ha lasciato dei documenti che appartengono a lei. Ti prego, Elena, mi stanno inseguendo persone molto pericolose. Concedimi solo dieci minuti. Se non mi crederai, me ne andrò e non mi vedrai mai più.»
Il click metallico del portone d'ingresso segnalò l'apertura. Salii rapidamente le scale fino al secondo piano, dove Elena mi attendeva sulla soglia del suo appartamento, vestita con una veste da camera scura e impugnando sottobanco uno spray al peperoncino per difesa personale.
Il suo volto, visto da vicino sotto la luce giallastra del pianerottolo, era incredibilmente simile ai ritratti di Arthur da giovane che avevo trovato nella valigia. Aveva gli stessi occhi espressivi e intensi, la stessa linea sottile delle labbra.
«Chi sei davvero?» pretese di sapere, squadrando i miei vestiti bagnati e i tagli che avevo sulle mani. «E cosa c'entra questo signor Sterling con me? I miei genitori sono morti quando avevo tre anni in un incidente stradale. Sono stata adottata dalla famiglia Vane.»
«È quello che ti hanno fatto credere per proteggerti, Elena», risposi entrando nel corridoio dopo che lei mi ebbe fatto cenno di passare. «Tutti pensavano che tu fossi morta in quell'incidente. Tuo padre ha passato gli ultimi trent'anni della sua vita a cercarti, nascondendosi da chi aveva distrutto la sua famiglia.»
Elena si appoggiò al tavolo del soggiorno, scuotendo la testa con scetticismo e rabbia risentita. «Questa è una pazzia. Non so cosa tu stia cercando di fare, ma se si tratta di una truffa o di una storia di eredità inventata, ti conviene uscire subito da casa mia prima che chiami la polizia.»
Senza dire una parola, aprii la cartella di cuoio rosso e la deposi sul tavolo di legno davanti a lei. Estrassi il certificato di nascita originale con il timbro dell'ospedale civile della città, recante il nome Elena Sterling, il certificato di adozione siglato in segreto dopo la tragedia, e infine la fotografia che Arthur conservava nell'ultima pagina del suo diario.
Elena fissò i documenti. Le sue dita cominciarono a tremare visibilmente mentre scorreva i nomi di suo padre e di sua madre stampati sulla carta ingiallita. Quando prese in mano la fotografia che la ritraeva all'uscita del museo, la sua espressione cambiò radicalmente: l'ostilità lasciò il posto a uno sconcerto profondo e doloroso.
«Questo... questo non è possibile», mormorò con la voce spezzata dal pianto. «I miei genitori... chi era quest'uomo?»
«Era il tuo vero padre», dissi abbassando la voce con rispetto per il suo dolore. «Ha vissuto a pochi chilometri da te, in una piccola casa modesta. Non è mai venuto a cercarti di persona perché sapeva che se le persone che gli avevano sottratto tutto avessero scoperto che eri viva, avrebbero eliminato anche te. Si è finto povero e solo per tre decenni per fare da scudo al tuo futuro.»
Estrassi dalla borsa il piccolo registratore vocale che avevo trovato nella cassetta di sicurezza 412. Inserii il nastro magnetico e premetti il tasto Play.
Dall'altoparlante della piccola macchina risuonò la voce calda, stanca e inconfondibile di Arthur Sterling:
«Elena, bambina mia... se stai ascoltando questa registrazione significa che Julian è riuscito a trovarne le prove e che io non ci sono più. Non chiederti perché non ti abbia mai abbracciata in tutti questi anni. Ogni volta che ti guardavo da lontano, mentre diventavi la donna straordinaria che sei oggi, il mio cuore si spezzava. Ma preferivo che tu mi credessi morto piuttosto che metterti in pericolo. L'uomo che ha distrutto la nostra famiglia si chiama Vittorio Moretti. Ha ucciso tua madre e si è appropriato del nostro nome. Ora tocca a te riprenderti la tua vita...»
Elena si accasciò sulla sedia, portandosi le mani al volto ed esplodendo in un pianto dirotto e irrefrenabile. Le rivelazioni di quella mattina stavano demolendo le fondamenta stesse di tutta la sua esistenza.
Mi avvicinai per confortarla, ma prima che potessi dire una sola parola, il cellulare di Elena che si trovava sul ripiano della cucina cominciò a squillare. Il display mostrava un numero sconosciuto.
Elena si asciugò le lacrime e guardò il telefono con terrore. Mi fece cenno con lo sguardo, esitando a rispondere.
«Rispondi», le sussurrai. «Metti in viva voce, ma non dire che sono qui.»
Elena premette il tasto verde e avvicinò il telefono all'orecchio con mano tremante. «Pronto?»
«Signorina Elena Vane?» rispose una voce fredda e distinta che riconobbi immediatamente: era Vittorio Moretti. «Mi perdoni per il disturbo di prima mattina. Le parlo a nome della holding finanziaria Sterling. Abbiamo ragione di credere che lei sia in possesso di alcuni beni e documenti rubati stanotte da una nostra filiale da un individuo molto pericoloso di nome Julian. Un uomo che sta usando il nome di suo... padre biologico per estorcerle denaro. Un nostro team sta arrivando presso il suo domicilio per metterla sotto protezione. Le raccomando di non fidarsi di lui.»
La linea cadde improvvisamente. Guardai fuori dalla finestra della camera da letto di Elena. In fondo alla strada, due auto nere con i vetri oscurati avevano appena svolato l'angolo, muovendosi a velocità sostenuta verso l'ingresso del palazzo.






