Il silenzio all'interno del corridoio saturo di gas era così denso che potevo sentire distintamente il respiro affannoso di Moretti e il sibilo costante della valvola del gas GPL che arrivava dalla cucina. La fiammella dell'accendino baluginava a pochi centimetri dal mio viso, un piccolo punto di luce gialla che separava la vita dalla distruzione totale.
Moretti bloccò il suo braccio armato a metà altezza. Il suo sguardo impassibile da cinico uomo d'affari mostrò per la prima volta una crepa profonda: la paura viscerale della morte imminente.
«Sei pazzo, Julian», disse sottovoce, facendo molta attenzione a non compiere alcun movimento brusco che potesse provocare una scintilla. «Se dai fuoco a questo posto morirai insieme a me. Non ti salirà nulla. Elena non otterrà nulla e questa storia finirà qui nel fuoco.»
«Io non ho niente da perdere, Moretti», risposi senza far tremare la mano che reggeva l'accendino. «Ero solo un uomo qualunque che faceva la spesa per il suo vecchio vicino. Non ho imperi finanziari da difendere, non ho conti in Svizzera né un potere da mantenere. Ma tu... tu hai venduto la tua anima per trent'anni per possedere ciò che non era tuo. Sei disposto a bruciare vivo qui dentro pur di non restituirlo?»
Moretti fissò la fiamma. Il suo cervello da calcolatore stava analizzando rapidamente le probabilità di successo di un tiro di precisione con la pistola contro il tempo di reazione delle mie dita sul serbatoio dell'accendino. La concentrazione di gas nella stanza era ormai arrivata a un livello critico; una singola scintilla avrebbe fatto saltare in aria l'intera struttura.
«Cosa vuoi?» chiese infine, abbassando di qualche centimetro la bocca della sua arma.
«Voglio la verità», dissi ad alta voce. «Voglio che tu ammetta davanti a me cosa è successo la notte del 14 novembre 1988. Voglio sentire dalla tua bocca come hai assassinato la moglie di Arthur e come hai cercato di distruggere una bambina di sei anni.»
Moretti fece un piccolo sorriso amaro, capendo che la trattativa era l'unico modo per guadagnare tempo e sperare in un errore da parte mia.
«Pensi che io sia un mostro, vero?» disse Moretti con voce bassa. «Arthur Sterling era un ostacolo all'evoluzione del mercato finanziario! Era un uomo ancorato a vecchi principi morali che rifiutava di permettere alla nostra holding di espandersi nel credito globale. L'incidente d'auto... non doveva uccidere sua moglie. Doveva essere solo un avvertimento spaventoso per costringerlo a cedere le sue quote societarie. Ma l'autista che ingaggiai perse il controllo del camion sulla strada bagnata e la macchina di Maria Sterling finì nel dirupo.»
«E la bambina?» chiesi stringendo i denti per la rabbia repressa. «Cosa hai fatto ad Elena?»
«La bambina sopravvisse per miracolo», continuò Moretti senza mostrare il minimo segno di rimorso. «I miei uomini la recuperarono prima dell'arrivo delle ambulanze. All'inizio volevamo usarla come ostacolo di ricatto contro Arthur per fargli firmare la cessione totale dei beni. Ma quando vidi che Arthur era devastato dalla scomparsa di sua moglie e che era pronto a sparire dalla scena pubblica pur di non soffrire più, capii che la bambina era una mina vagante. Così la affidai a una rete di adozioni coperte gestita da un medico nostro compiacente, creando una falsa identità. Non l'ho uccisa, Julian! Gli ho regalato una vita normale lontano dal nostro mondo spietato!»
«Gli hai rubato suo padre!» gli urlai contro, la rabbia che minacciava di farmi perdere il controllo della mano. «Gli hai rubato la sua vera vita, e hai costretto Arthur a vivere come un recluso nella sporcizia per tre decenni!»
Proprio mentre pronunciavo quelle parole, un suono acuto e penetrante rimbombò improvvisamente dall'esterno della casa: la sirena bitonale delle gazzelle dei Carabinieri e delle auto della Polizia di Stato che si stavano avvicinando a tutta velocità lungo la via residenziale.
Elena ce l'aveva fatta. Dallo scantinato, sfruttando la linea dati del suo cellulare attraverso l'uscita di sicurezza posteriore, era riuscita a contattare direttamente la dottoressa Beatrice Conti e a trasmetterle le foto dei documenti e la posizione esatta della casa di Arthur. La Procura Generale aveva inviato le pattuglie di pronto intervento con la massima urgenza.
Il volto di Moretti si trasformò in una maschera di furia e disperazione. Capì che la sua rete di protezioni istituzionali era crollata all'istante davanti all'intervento diretto del Procuratore Generale.
«Maledetti!» ruggì Moretti dimenticandosi della minaccia del gas. Sollevò la pistola puntandola al mio viso.
Prima che potesse premere il grilletto, mi slanciai di lato buttandomi a terra dietro il divano di cuoio, e contemporaneamente chiesi l'accendino scaraventandolo con forza contro la valvola aperta della bombola del gas nel vano cucina.
L'esplosione fu devastante.
Un'onda d'urto di fuoco e pressione demolì le pareti divisorie del piano terra, infrangendo tutte le vetrate della casa e scagliando infissi e calcinacci nel cortile esterno. Il soffitto del soggiorno crollò parzialmente sotto l'impatto della fiammata, travolgendo i mobili e seppellendo l'ingresso sotto una montagna di macerie fumanti.






