Il cuore mi batté con una violenza tale da rimbombarmi nelle orecchie. Con un gesto rapido e istintivo, richiusi il coperchio della valigia e la spinsi a forza sotto il divano del soggiorno, cercando di non fare il minimo rumore. L'eco di passi pesanti sul vialetto di ghiaia anticipò di pochi secondi tre colpi secchi e decisi contro il legno della mia porta.
Rimasi immobile per qualche istante, trattenendo il fiato, sperando che chiunque ci fosse dall'altra parte pensasse che la casa fosse vuota. Ma i colpi si ripresentarono, ancora più forti e perentori.
«Signor Julian? So che è all'interno. Ho bisogno di parlarle per conto della famiglia Sterling. È di estrema importanza.»
La voce era profonda, priva di qualsiasi inflessione emotiva, fredda come il metallo. Respirai a fondo, cercai di ricompormi e mi avviai lentamente verso l'ingresso, aprendo la porta lasciando la catena di sicurezza agganciata. Di fronte a me si ergeva un uomo sulla cinquantina, dai capelli grigi tagliati corti, vestito con un abito sartoriale impeccabile ma stranamente fuori luogo per il nostro quartiere popolare. Il suo sguardo era penetrante, privo di empatia, calcolatore.
«Chi è lei?» chiesi, cercando di mantenere la voce fermamente ancorata a un tono di semplice sorpresa. «E cosa vuole a quest'ora?»
L'uomo esibì un sorriso di circostanza che non toccò minimamente i suoi occhi chiari. «Mi chiamo Vittorio Moretti. Sono il capo della consulenza legale del Gruppo Finanzia Sterling. Ho saputo del funerale del signor Arthur. Le mie più sentite condoglianze. So che lei è stato molto vicino al vecchio nei suoi ultimi anni di vita.»
«Ero solo il suo vicino», risposi stringendo le spalle. «Gli portavo la spesa la domenica. Nient'altro. Non ho idea di cosa sia questo Gruppo Sterling.»
Moretti fece un piccolo passo in avanti, riducendo le distanze. I suoi occhi perlustrarono il corridoio alle mie spalle con una rapidità clinica. «Non c'è bisogno di fare il modesto, signor Julian. Sappiamo che l'avvocato di Arthur le ha consegnato un oggetto subito dopo la cerimonia. Un oggetto personale che appartiene legalmente agli eredi della società. Una valigia di cuoio marrone.»
Sentii il sangue defluire dal viso, ma mi sforzai di mantenere un'espressione confusa. «Un'avvocato? Di cosa sta parlando? Dopo il funerale sono tornato dritto a casa da solo. Nessuno mi ha consegnato nulla. Se Arthur aveva dei beni o delle valigie, suppongo siano rimaste chiuse nella sua abitazione qui accanto.»
Moretti mi fissò per diversi secondi in un silenzio opprimente. Il peso del suo sguardo era quasi insopportabile. Sembrava stesse valutando la veridicità delle mie parole, soppesando ogni singola micro-espressione del mio volto.
«Capisco», disse infine, abbassando lievemente la voce. «Se le cose stanno così, la prego di perdonare l'intrusione. Ma le do un consiglio da amico, Julian: Arthur Sterling era un vecchio molto malato e paranoico. Negli ultimi anni soffriva di gravi deliri di persecuzione. Se dovesse trovare qualunque documento appartenuto a lui, non perda tempo a leggerlo. Potrebbe trovarsi coinvolto in questioni finanziarie ed ereditarie estremamente complesse e... pericolose per la sua incolumità. Ci lasci gestire la memoria del nostro fondatore.»
Estrasse un biglietto da visita plastificato con il logo dorato di una holding di investimenti e lo infilò nello fessura della porta. «Se dovesse ricordarsi di qualcosa, mi chiami immediatamente. Buona serata.»
Si voltò e si incamminò a passo rapido verso la berlina nera. Dalla portiera del conducente intravidi un secondo uomo che manteneva le mani ben visibili sul volante, osservando la mia casa attraverso gli occhiali da sole scuri nonostante il sole stesse ormai tramontando. La vettura ripartì lentamente, sparendo dietro l'angolo della strada, ma capii subito che non se ne erano andati davvero. Avrebbero sorvegliato la zona.
Richiusi la porta a chiave, tirai le tende di tutte le finestre e mi accasciai contro il muro dell'ingresso con il cuore in gola. Arthur aveva ragione. Il pericolo menzionato nel suo diario era reale, vivo e si era presentato alla mia porta a meno di tre ore dalla sua sepoltura. Chi era veramente Vittorio Moretti? E perché una multinazionale finanziaria stava dando la caccia a una vecchia valigia consumata rimasta nascosta per decenni?
Tornai in soggiorno, trassi da sotto il divano il bauletto di cuoio e lo riaprii. Questa volta non mi limitai alle fotografie o ritagli di giornale. Presi la cartella intitolata a mio nome e ne estrassi il contenuto intero. Oltre al diario, vi era un secondo faldone sigillato con la cera lacca rossa, recante la dicitura «Documenti societari e testamento olografo - Riservato a Julian». Ma ciò che attirò la mia attenzione fu una piccola chiave d'ottone dorata, finemente lavorata, attaccata a un ciondolo su cui era incisa un'indirizzo preciso nel centro storico della città e un numero di cassetta di sicurezza: Banca Privata Lombarda, Cassetta n. 412.
Aprii la prima pagina del faldone di plastica trasparente. Vi era una lettera indirizzata direttamente a me, scritta appena un mese prima che Arthur spirasse.
«Caro Julian,» iniziava la lettera. «Se stai leggendo queste parole, il signor Moretti o i suoi uomini ti hanno già contattato. Ti prego di perdonarmi per averti tirato in questo incubo, ma non avevo altra scelta. Tu sei l'unica persona integra che io abbia incontrato negli ultimi trent'anni. Tutti gli altri mi volevano solo per i miei soldi o per cancellare le mie tracce. Quello che non sai è che la mia storia non riguarda solo il denaro svanito. La mia azienda mi fu sottratta con un falso fallimento guidato da Moretti e dai suoi soci, gli stessi che causarono l'incidente in cui mia moglie perse la vita e mia figlia Elena scomparve senza lasciare traccia. Ma io so che Elena è viva. E so dove si trova.»
Mi raggomitolai sulla sedia, incapace di credere a quello che stavo leggendo. Il modesto vecchio che mi offriva il caffè e mi ascoltava parlare del mio lavoro precario era stato la vittima di un complotto spietato.
«La chiave che trovi qui allegata apre la cassetta di sicurezza 412», continuava la lettera. «Lì dentro ci sono le prove contabili che possono distruggere l'intero impero finanziario che Moretti ha costruito sulle mie macerie, ma soprattutto c'è il certificato di adozione che rivela la vera identità di mia figlia. Ti imploro, Julian: porta a termine ciò che io non ho avuto la forza di finire. Ma fai attenzione: la BPL è sorvegliata. Per entrarci senza farti scoprire devi usare l'ingresso di servizio menzionato sul retro di questo foglio.»
Girai il foglio. Sul retro c'era una mappa dettagliata disegnata a mano della banca, con percorsi e codici d'accesso. Ma proprio mentre finivo di esaminare la piantina, il rubinetto del lavello della cucina fece un piccolo sbalzo di pressione. Poi, improvvisamente, le luci di tutta la casa si spensero contemporaneamente, facendo piombare la stanza nell'oscurità totale.
Dall'esterno giunse il rumore metallico e inconfondibile di un grimaldello che veniva inserito nella serratura della mia porta sul retro.






