Il buio improvviso mi avvolse come un mantello pesante, amplificando ogni singolo rumore domestico. Il battito del mio cuore risuonava nelle tempie come un tamburo di guerra. Il leggero, persistente grattare del metallo contro i perni della serratura della cucina confermava la mia peggiore paura: gli uomini di Moretti non si erano limitati a minacciarmi verbalmente. Erano tornati per prendersi la valigia con la forza, e io ero diventato un ostacolo trascurabile da eliminare.
La mia reazione fu dettata dall'adrenalina pura. Con gesti rapidi e ciechi, afferrai la valigia di cuoio dal pavimento, infilai la chiave d'ottone e la lettera di Arthur nella tasca interna del mio giubbotto e mi strusciai lungo la parete del corridoio, muovendomi verso la finestra della camera da letto principale, l'unica che dava sul giardino posteriore adiacente alla proprietà di Arthur.
Un piccolo scatto metallico segnalò che la porta della cucina era stata sbloccata. udii il cigolio dei cardini e il fruscio di passi leggeri, felpati, che facevano scricchiolare il parquet dell'ingresso. Erano all'interno della casa.
«Cerca nel soggiorno», sussurrò una voce rauca nell'oscurità. «E fa' in fretta. Non dobbiamo lasciare tracce.»
Non c'era un secondo da perdere. Aprii con estrema cautela l'imposta della finestra della mia camera, calandomi nel buio del cortile posteriore. Le siepi non potate della proprietà di Arthur si ergevano come una barriera naturale tra i due lotti. Scavalcai la bassa recinzione di legno, tagliandomi leggermente il palmo della mano contro un chiodo arrugginito, ma il dolore venne anestetizzato dalla paura. Mi inoltrai nel giardino incolto dell'abitazione di Arthur, nascondendomi sotto l'ombra imponente di un vecchio pioppo.
Pochi secondi dopo, la luce di una torcia elettrica illuminò dall'interno la mia camera da letto. I due uomini stavano rovistando nella stanza. Se fossi rimasto lì solo dieci secondi in più, mi avrebbero sorpreso.
Trattenendo il respiro, usai la chiave di riserva che Arthur mi aveva affidato anni prima per la spesa e penetrai nella sua casa buia e silenziosa attraverso la porta del retro. L'odore di cannella, legno e aria chiusa mi diede un momentaneo e ingannevole senso di protezione. Sapevo che non avrebbero impiegato molto a capire che ero fuggito verso la casa del vicino. Dovevo muovermi.
Mi rifugiai nello studio di Arthur, uno scantinato nascosto dietro una libreria a muro la cui esistenza mi era stata svelata solo per caso due anni prima durante un piccolo intervento idraulico. Chiusi il pannello di legno alle mie spalle, accesi una piccola lampada da tavolo a batteria e deposi la valigia sul vecchio scrittoio.
Ero in salvo, almeno per il momento. Ma la sensazione di accerchiamento era totale. La mia vecchia vita, fatta di routine prevedibili, lavoro d'ufficio e domeniche tranquille, era stata spazzata via in poche ore. Ora ero un fuggitivo nella mia stessa città.
Per calmarmi e pianificare la mossa successiva, aprii nuovamente il diario di Arthur. Le sue parole erano l'unica mappa in grado di guidarmi in quel labirinto. Sfogliai le pagine scritte negli anni Novanta, scendendo nei dettagli più oscuri del suo passato.
«12 Maggio 1990», recitava un passaggio. «Moretti non ha agito da solo. La rete di corruzione coinvolge alti funzionari dell'istituto di credito BPL e membri del consiglio di amministrazione. Quando scoprii che stavano riciclando proventi illeciti attraverso le mie società sussidiarie, minacciai di andare alla Procura della Repubblica. Fu il mio errore più grande. La settimana successiva, l'auto su cui viaggiava mia moglie Maria venne speronata lungo la statale. Lei morì sul colpo. Mia figlia Elena, che aveva solo sei anni, era sul sedile posteriore. Quando i soccorsi arrivarono, il corpo della bambina non c'era più. Fu dichiarato l'annegamento nel fiume adiacente, ma non trovarono mai il cadavere. Io so perché: fu rapita per costringermi al silenzio.»
Le lacrime mi appannarono la vista. Immaginai il dolore indicibile di quell'uomo che per dodici anni mi aveva accolto con un sorriso gentile, nascondendo una ferita sanguinante e mai rimarginata.
«Per vent'anni ho cercato mia figlia nell'ombra», proseguiva la scrittura. «Ho speso la mia fortuna residua in investigatori privati fidati. Alla fine l'ho trovata. Elena è stata fatta adottare da una famiglia ignara con un nuovo nome. È cresciuta senza sapere chi fosse realmente, protetta da un'identità falsa per salvarla dalla vendetta di Moretti. Ma il suo certificato d'origine originale e il documento di adozione legale che la collega alla mia famiglia sono custoditi nella cassetta 412 della BPL. Quelli sono i soli documenti che le restituiranno la sua vera storia e il diritto di eredità che Moretti ha tentato di cancellare.»
Mi voltai verso l'ultima pagina del taccuino. Vi era una fotografia recente, scattata a distanza con un teleobiettivo. Ritraeva una donna sulla trentina, con capelli scuri, occhi profondi e un sorriso triste che ricordava in modo impressionante i tratti del volto di Arthur da giovane. Sotto la foto, Arthur aveva scritto un nome e un luogo di lavoro: Elena Vane - Curatrice presso il Museo d'Arte Moderna della città.
Rimasi sbalordito. Conoscevo quel nome. Elena Vane era una figura abbastanza nota nell'ambiente culturale locale, una donna rispettata per il suo talento ma schiva e riservata. Non aveva la minima idea che il vecchio solitario che viveva a pochi chilometri da lei fosse suo padre, né che un immenso patrimonio e una scia di sangue le appartenessero di diritto.
Dall'alto dello scantinato mi giunse il rumore distintivo di un vetro infranto. Gli uomini di Moretti avevano sfondato la finestra della casa di Arthur. Avevano capito che ero scappato lì.
Sentii i loro passi pesanti risuonare proprio sopra la mia testa, sul soffitto di legno dello scantinato. Non avevo più tempo. Infilai il diario nella giacca, presi saldamente la valigia con la mano sinistra e mi diressi verso l'uscita secondaria dello scantinato: una vecchia botola di aerazione che dava sulla via posteriore del quartiere. Era il momento di andare alla BPL prima che Moretti facesse bloccare ogni accesso.






