La voce metallica del direttore sanitario rimbombava nella stanza 308 attraverso la griglia dell'interfono dell'ospedale. Il pennello di luce della mia torcia illuminava il volto pallido di Roberto, che osservava la scena con una calma rassegnata, la calma di chi aveva trascorso un quarto di secolo prigioniero di una menzogna istituzionale.
"Direttore Serra," ha gridato il Dottor Vance colpendola porta blindata dall'esterno con i pugni. "Cos'è questa follia? Lei sapeva tutto? Sapeva che questo paziente era trattenuto illegalmente qui dentro con la complicità della mia famiglia?"
Attraverso il vetro rinforzato, abbiamo visto il Direttore Serra riordinarsi il colletto della giacca con gesto freddo e privo di emozione: "Caro Dottor Vance, suo padre non ha agito da solo venticinque anni fa. L'Ospedale San Giusto ha ricevuto finanziamenti milionari da un fondo fiduciario registrato a Panama, creato proprio con le garanzie bancarie sottratte a Roberto Moretti. Se questa storia venisse alla luce oggi, non fallirebbe solo la mia carriera, ma l'intera istituzione finirebbe sotto sequestro giudiziario."
Marta si è avvicinata alla finestra della stanza che dava sul cortile interno dell'ospedale: "Papà, siamo al terzo piano, ma c'è una scala d'emergenza in ferro a pochi metri dal balcone di servizio di questa stanza!"
"La finestra è sigillata con vetri antisfondamento," ho risposto esaminando la struttura in metallo della cornice. "Non abbiamo strumenti per romperla."
Roberto ha fatto un gesto lento con la mano, indicando il cuscino della sua sedia a rotelle: "Aldo... sotto la fodera... il vecchio cacciavite da restauro. L'ho nascosto vent'anni fa quando mi trasferirono qui dal vecchio laboratorio..."
Mi sono chinato e ho infilato la mano sotto l'imbottitura della sedia. Le mie dita hanno toccato il manico in legno consumato di uno strumento da intaglio in acciaio temperato, affilato e incredibilmente resistente. Roberto non aveva mai smesso di sperare in una via di fuga, conservando quell'unico legame con la sua vita passata per decenni.
"Vance!" ho urlato verso la porta. "Se vuoi davvero riabilitare il tuo nome e riparare agli errori di tuo padre, devi darci il tempo di forzare il blocco della finestra!"
All'esterno, abbiamo sentito il suono di una colluttazione improvvisa. Vance non ha esitato: si è scagliato contro una delle guardie giurate, afferrandola per le braccia e creando un momento di caos perfetto nel corridoio.
"Fate presto!" è giunta la voce di Vance soffocata dalla rissa. "Non posso tenerli fermi a lungo!"
Senza perdere un secondo, ho inserito la punta dello strumento da intaglio nell'intercapedine tra la cornice in alluminio e il blocco della finestra d'emergenza. Applicando tutta la mia forza, facendo leva con il peso del corpo, ho forzato il meccanismo d'acciaio. Con un crac metallico, la struttura dell'infisso ha ceduto, spalancando la finestra verso l'aria gelida della notte triestina.
La Bora è entrata violentemente nella stanza, portando con sé la pioggia bagnata e la freschezza della libertà.
"Marta, esci per prima e assicurati che la scala d'emergenza sia stabile," ho ordinato a mia figlia.
Marta si è arrampicata sul davanzale con agilità, raggiungendo la passerella in ferro della scala antincendio: "È sicura, papà! Passami Roberto!"
Insieme a Roberto, che con un incredibile sforzo di volontà si è alzato dalla sedia appoggiandosi alle mie spalle, abbiamo raggiunto l'esterno proprio nell'istante in cui la porta della stanza 308 veniva abbattuta dagli uomini della sicurezza.
"Fermatevi!" ha urlato il Direttore Serra sporgendosi dalla finestra infranta.
Ma noi eravamo già in discesa verso il cortile inferiore, protetti dall'oscurità e dalla pioggia battente che cancellava le nostre sagome nella notte.
---






