IL SEGRETO SOTTO LE VECCHIE LENZUOLA
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IL SEGRETO SOTTO LE VECCHIE LENZUOLA

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Il click metallico della pistola impugnata dal Dottor Vance è risuonato nel soggiorno devastato. L'uomo è avanzato con passi calmi e misurati, chiudendo la porta alle sue spalle e inserendo la mandata della serratura. Il suo volto, illuminato dalla luce fioca della lampada da tavolo, mostrava una determinazione fredda e priva di qualsiasi esitazione.

"Dottor Vance," ho detto ponendomi fisicamente tra lui e mia figlia. "Risolva questa questione con me. Marta non c'entra nulla con i rancori della sua famiglia."

Vance ha riso, un suono breve e privo di umorismo: "Non c'entra nulla? Sua figlia è stata lo strumento perfetto, Signor Rossi. Quando si è presentata nel mio ufficio tre mesi fa chiedendo informazioni sulle vecchie indagini di mio padre, ho capito che il destino mi stava offrendo l'opportunità di ripulire il nome della mia famiglia."

"Suo padre era un magistrato corrotto!" ha detto Marta, muovendo un passo di lato con la voce che tremava ma lo sguardo più lucido. "Ho letto le trascrizioni dei processi dell'epoca! Suo padre ha insabbiato le prove della scomparsa di Roberto Moretti per coprire un traffico di fondi pubblici!"

"Mio padre si è tolto la vita a causa di quelle accuse!" ha gridato Vance, perdendo per un istante il suo autocontrollo. "Ha distrutto la nostra reputazione perché qualcuno lo aveva incastrato usando documenti falsificati provenienti dal laboratorio di restauro di questo vecchio! E stasera, quei documenti torneranno alla luce."

Vance ha fatto un cenno con la pistola, indicando la porta d'uscita: "Vi muoverete davanti a me, senza attirare l'attenzione. Scenderemo nei sotterranei dell'Ospedale San Giusto. È lì che sua moglie ha nascosto la valigetta metallica venticinque anni fa, ed è lì che lei, Signor Rossi, confesserà tutto davanti alla polizia che ho già provveduto ad allertare."

"Lei sta commettendo un errore enorme," ho detto mentre Vance ci costringeva a uscire dall'appartamento.

Siamo scesi lungo le scale di servizio fino al garage sotterraneo del palazzo, dove ci attendeva l'auto scura con i vetri oscurati. Uno dei collaboratori di Vance era alla guida. Ci hanno fatti salire sui sedili posteriori, con la pistola di Vance costantemente puntata contro le mie costole.

Il tragitto verso l'Ospedale San Giusto è svolto in un silenzio di tomba. Fuori, la Bora continuava a sferzare le strade della città, cancellando la presenza di eventuali passanti. Giunti all'edificio ospedaliero, l'auto è entrata direttamente dall'accesso riservato alle autoambulanze sul retro, scendendo lungo una rampa che conduceva ai vecchi sotterranei dell'edificio, una struttura risalente all'Ottocento che non era mai stata completamente ristrutturata.

I sotterranei erano labirintici, caratterizzati da pareti in mattoni a vista e condutture del vapore che emettevano un sibilo costante. Vance ci ha spinti lungo un corridoio polveroso fino a un'antica porta d'acciaio sigillata da un lucchetto arrugginito.

"È qui dentro," ha detto Vance indicando la stanza. "Il vecchio archivio della sezione tossicologia abbandonata nel 2001. La chiave della valigetta si trova qui. Apra la porta, Rossi."

Ho guardato il lucchetto e poi mia figlia. Nei suoi occhi non vedevo più la diffidenza di prima, ma la consapevolezza che eravamo caduti entrambi in una trappola tesa da un uomo accecato dal desiderio di riabilitare la memoria di suo padre a qualunque costo.

"Non ho le chiavi di questa porta, Vance," ho risposto con fermezza.

Vance ha estratto dalla tasca un grosso mazzo di chiavi arrugginite, gettandole ai miei piedi: "Le ha usate sua moglie venticinque anni fa per nascondere la refurtiva. Trovate la chiave giusta e aprite, prima che perda la pazienza."

Ho raccolto le chiavi con mani tremanti. Mentre esaminavo i vecchi ingranaggi in metallo, la mia attenzione è stata catturata da un dettaglio sulla parete di fondo del corridoio: una serie di simboli incisi sul mattone, gli stessi che io e Roberto utilizzavamo come contrassegno riservato per i depositi del nostro laboratorio.

Mio moglie non aveva nascosto lì dentro prove di un crimine. Aveva preparato una trappola per chiunque avesse tentato di usare quella storia contro di noi.

Ho inserito la terza chiave nella toppa del lucchetto e ho girato il meccanismo. La pesante porta d'acciaio si è aperta con un cigolio sinistro, rivelando un ambiente buio ricolmo di vecchi faldoni e casse di legno impolverate.

"Entrate," ha ordinato Vance spingendoci all'interno.

Ma proprio mentre Vance metteva piede nella stanza, un'ombra si è mossa rapidamente da dietro una catasta di casse. Una figura robusta ha colpito con forza la mano di Vance che impugnava l'arma, facendo volare la pistola sul pavimento di cemento.

Era Marco.

"Marta, Aldo, uscite subito da qui!" ha urlato Marco ingaggiando una lotta furibonda con il medico.

Ho afferrato Marta per un braccio spingendola verso l'uscita del corridoio, ma mentre cercavamo di guadagnare la via di fuga, un colpo da fuoco è rimbombato nell'ambiente chiuso dei sotterranei, seguito da un silenzio spaventoso.

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