IL SEGRETO SOTTO LE VECCHIE LENZUOLA
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IL SEGRETO SOTTO LE VECCHIE LENZUOLA

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L'oscurità nel sotterraneo era quasi totale, interrotta soltanto dal lampeggiare rosso dei segnali di emergenza e dal suono assordante delle sirene dell'ospedale. L'odore di bruciato nell'aria indicava che qualcuno aveva deliberatamente manomesso la centralina elettrica principale dell'edificio per bloccare ogni accesso o via di fuga.

"Dobbiamo muoverci adesso!" ho detto afferrando la torcia d'emergenza che si trovava appesa accanto alla porta dell'archivio. La luce azzurrina del LED ha illuminato il volto di Marta, che mostrava una ferma determinazione.

"Papà, Marco non può camminare," ha detto Marta indicando mio cognato, che aveva perso conoscenza a causa della perdita di sangue ma manteneva un battito cardiaco stabile. "Dobbiamo portarlo al pronto soccorso prima di salire al terzo piano."

Vance, rimasto accucciato contro la parete e chiaramente sconvolto dalla rivelazione sulle azioni criminali di suo padre, si è alzato lentamente. La sua espressione aggressiva era sparita, sostituita da uno stato di profondo shock professionale e personale.

"La porta di servizio del Reparto B conduce direttamente alle ambulanze," ha detto Vance con voce fioca, senza guardarci negli occhi. "Vi mostro la via. Se il vecchio Moretti è davvero lassù... devo vederlo con i miei occhi."

Non avevamo scelta se non fidarci temporaneamente di lui. Insieme a Vance, abbiamo sollevato Marco sostenendolo per le spalle, muovendoci lentamente lungo i corridoi oscurati dei sotterranei. Salendo le scale d'emergenza, siamo riusciti a raggiungere il piano terra dove un'équipe di infermieri di guardia, allarmata dalle sirene, ha preso in consegna Marco per condurlo d'urgenza in sala operatoria.

"È in buone mani," ha detto l'infermiera di turno prima di sparire dietro le porte scorrevoli del blocco operatorio. "Ma l'ospedale è in totale lockdown per un guasto all'impianto centrale."

"Rimanete qui," ho detto a Marta. "Il terzo piano potrebbe essere pericoloso."

"Non ti lascio solo, papà," ha risposto Marta stringendomi la mano con forza. "Abbiamo iniziato questa ricerca insieme, e insieme la finiremo."

Siamo saliti al terzo piano usando le scale antincendio. Il settore est del terzo piano dell'Ospedale San Giusto era completamente separato dal resto dei reparti da una pesante porta blindata con un cartello ingiallito che recitava: Zona Riservata - Accesso Vietato al Pubblico.

Vance ha tirato fuori una chiave passe-partout dalla sua tasca da camice, inserendola nel lettore magnetico della porta. Il meccanismo ha scattato con un suono secco e la porta si è aperta su un corridoio silenzioso, illuminato soltanto dalle luci di emergenza a batteria. L'aria in quel settore era pesante, viziata, priva del normale ricircolo d'aria dell'ospedale modernizzato.

Lungo il corridoio si aprivano poche porte con piccole finestrelle in vetro cementato. Ci siamo avvicinati all'ultima stanza in fondo al passaggio, la numero 308.

Attraverso il vetro rinforzato della porta, abbiamo intravisto la sagoma di un uomo anziano seduto su una sedia a rotelle di fronte alla finestra chiusa, avvolto in una coperta di lana grigia. I suoi capelli erano completamente bianchi e le sue mani, stese sui braccioli, portavano i segni di decenni di lavoro artigianale ormai dimenticato.

Ho spinto lentamente la porta ed sono entrato nella stanza.

"Roberto...?" ho chiamato a bassa voce, temendo che la mia voce potesse spaventarlo.

L'uomo sulla sedia a rotelle si è voltato con estrema lentezza. Il suo viso era solcato da profonde rughe, ma i suoi occhi azzurri, sebbene segnati dal tempo e dalla reclusione, hanno conservato per un istante una scintilla di riconoscimento immediato.

"Aldo...?" ha mormorato con una voce fioca, spezzata da anni di quasi totale silenzio. "Sei venuto... sapevo che Laura non mi avrebbe dimenticato..."

Mi sono inginocchiato davanti a lui, prendendo le sue mani tremanti tra le mie mentre le lacrime mi impedivano di parlare. Venticinque anni di bugie, sospetti e dolore stavano crollando in quel preciso istante all'interno di quella stanza dimenticata da tutti.

"Roberto, vecchio amico mio... ti porto via da qui," ho detto cercando di sorridere tra le lacrime.

Ma prima che Roberto potesse rispondere, la porta della stanza si è chiusa con violenza alle nostre spalle. Il Dottor Vance era rimasto all'esterno, e attraverso il vetro della porta abbiamo visto la figura del direttore generale dell'ospedale, affiancato da due guardie giurate armate, che posizionava una sbarra di sicurezza in acciaio per bloccare il meccanismo dall'esterno.

"Siete stati davvero molto ostinati, Signor Rossi," è risuonata la voce del direttore attraverso l'altoparlante interno della stanza. "Ma questa struttura non può permettersi uno scandalo che distruggerebbe la reputazione della sanità cittadina."

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