IL SEGRETO SOTTO LE VECCHIE LENZUOLA
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IL SEGRETO SOTTO LE VECCHIE LENZUOLA

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L'eco della detonazione ha rimbombato lungo i tunnel in pietra del sotterraneo come il tuono di un temporale estivo. Mi sono voltato d'scatto, coprendo Marta con il mio corpo. Nel fumo denso dell'esplosione che saturava l'aria stantia del vecchio archivio, due sagome sono crollate a terra tra le casse di legno fracassate.

"Marco!" ho gridato, dimenticando il pericolo e correndo verso mio cognato che si teneva il fianco sinistro con entrambe le mani. Un rivolo di sangue scuro trapelava tra le sue dita, macchiando l'impermeabile.

Il Dottor Vance si trovava a pochi metri di distanza, stordito dall'impatto ma ancora cosciente. La pistola era ruzzolata a mezza strada tra noi, lucida e minacciosa sul cemento umido. Prima che il medico potesse riprendersi, ho calciato l'arma lontano nel buio di una condotta dell'aria scaricata sul pavimento.

"Papà, sta perdendo troppo sangue!" ha urlato Marta, inginocchiandosi accanto a Marco e premendo la sua giacca sulla ferita per fermare l'emorragia. La sua formazione da biologa e il suo istinto avevano preso il sopravvento sulla paura, ripristinando in lei una straordinaria chiarezza mentale.

Marco ha afferrato il polso di mia figlia con forza insospettabile, guardandola negli occhi con disperazione: "Marta... ascoltami bene... non c'è più tempo. La valigetta di metallo non è in questa stanza. Vance vi ha portati qui perché voleva farvi trovare la falsa documentazione che lui stesso ha preparato per incolpare Aldo."

"Di cosa stai parlando, Marco?" ho chiesto mentre cercavo di fasciare la ferita con le strisce della mia camicia. "Dove si trova la vera documentazione di Roberto?"

Marco ha tossito affannosamente, poi ha indicato con il dito indice la parete di fondo dell'archivio, dove una serie di vecchi scaffali in ferro sorreggeva centinaia di faldoni ingialliti: "Laura non ha mai fidato la memoria di questo posto alla Procura. Venticinque anni fa, quando Roberto capì che il vecchio procuratore Vance voleva eliminarlo per appropriarsi dei beni della sua famiglia, affidò a tua moglie l'unica copia del testamento biologico e la chiave della cassetta di sicurezza svizzera dove erano depositati i titoli di credito."

Vance, che si era rialzato a fatica appoggiandosi alla parete, ha fatto un passo tremante verso di noi con gli occhi sbarrati dalla frenesia: "La cassetta svizzera... I titoli... Allora è vero! Mio padre non era un corrotto, voleva solo recuperare il patrimonio rubato alla città!"

"Tuo padre era l'esecutore materiale dell'estorsione!" ha urlato Marco trovando la forza nelle sue ultime energie. "Roberto non è mai fuggito all'estero, Aldo... Roberto è stato rinchiuso in questa struttura contumaciale dal vecchio Vance venticinque anni fa, registrato come paziente pschiatrico sconosciuto per costringerlo a firmare la cessione dei suoi beni!"

Quelle parole mi hanno raggelato il sangue. Roberto non era stato ucciso da me, e non era fuggito abbandonandomi. Era stato privato della libertà per un quarto di secolo all'interno delle stesse mura dove noi ci trovavamo in quel momento.

"Mio padre... non avrebbe mai fatto una cosa del genere," ha mormorato Vance, visibilmente sconvolto dal ribaltamento della sua convinzione personale durata una vita intera.

"Controlla il faldone numero 1045 sulla parete est," ha detto Marco guardandomi negli occhi. "È lì che tua moglie ha nascosto l'ordine di ricovero forzato firmato da suo padre con il sigillo originale della Procura."

Mi sono alzato di scatto e mi sono precipitato verso gli scaffali di ferro. Le mie dita cercavano freneticamente tra i vecchi faldoni coperti da decenni di polvere. Ho individuato il numero 1045, un faldone in cartone rigido legato con uno spago rosso. L'ho estratto con cura e l'ho aperto davanti a tutti.

All'interno c'era un documento ufficiale risalente al mese di novembre del 2001, recante la firma in calce del procuratore Vance e la fotografia di un giovane Roberto Moretti. Ma allegato a quel foglio c'era anche un referto medico recente, datato appena due mesi prima.

"Marta," ho detto con la voce che tremava per la scoperta. "Roberto è ancora vivo. Si trova nel padiglione isolato del terzo piano di questo ospedale."

In quel preciso istante, le luci del sotterraneo hanno iniziato a sfarfallare violentemente prima di spegnersi completamente, gettando l'intero ambiente in un'oscurità totale. Dal fondo del corridoio si è udito il suono cupo di sirene d'emergenza che iniziavano a suonare in tutta la struttura.

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