IL SEGRETO SOTTO LE VECCHIE LENZUOLA
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IL SEGRETO SOTTO LE VECCHIE LENZUOLA

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I miei passi rimbombavano sulle pietre bagnate delle antiche scalinate di Trieste. L'aria fredda mi bruciava i polmoni, ma la rabbia e la paura per la sorte di mia figlia mi spingevano a correre oltre ogni limite fisico. Dietro di me, il suono pesante di stivali che salivano i gradini confermava che gli uomini del furgone non avevano alcuna intenzione di lasciarmi fuggire.

Conoscevo la geografia del centro storico meglio di chiunque altro. Ho svoltato in un passaggio coperto che conduceva verso i vecchi magazzini abbandonati nei pressi della ferrovia, scivolando nell'oscurità di un portone in legno socchiuso. Mi sono imposto di non respirare, schiacciandomi contro la parete fredda di mattoni mentre due figure scure passavano di corsa lungo la strada principale senza accorgersi della mia presenza.

Rimanendo nell'ombra, ho tirato fuori il telefono per tentare di nuovo di contattare mia figlia. Questa volta il cellulare era spento, con la segreteria telefonica che rispondeva sistematicamente.

Dovevo agire rapidamente. Se Marco aveva ragione, le risposte a tutta questa vicenda non si trovavano nelle speculazioni del Dottor Vance, ma all'interno della mia stessa casa, tra gli oggetti di mia moglie Laura che non avevo mai avuto il coraggio di toccare dopo la sua scomparsa.

Sono tornato verso il mio quartiere muovendomi lungo i vicoli secondari per evitare le strade principali patrolate da veicoli sospetti. La Bora soffiava con forza crescente, alzando vortici di foglie e pioggia lungo i marciapiedi deserti. Giunto sotto il mio palazzo, ho notato che le luci del mio appartamento al terzo piano erano incredibilmente accese.

Qualcuno era all'interno della mia abitazione.

Ho sfilato le chiavi di riserva che tenevo nascoste dietro una pianta nel pianerottolo e ho salito le scale in silenzio. La porta d'ingresso era accostata. Con estrema cautela, ho spinto il legno verso l'interno, facendolo scorrere senza produrre alcun rumore.

Il soggiorno era a soqquadro. I libri della mia biblioteca erano stati rovesciati a terra, i quadri staccati dalle pareti e le ante degli armadi spalancate. Al centro della stanza, china sopra il vecchio scrittoio di mia moglie, c'era una figura femminile avvolta in un cappotto scuro.

"Marta..." ho sussurrato con la voce spezzata.

La figura si è voltata di scatto. Il suo viso era pallido, scavato, con profonde occhiaie scure che ne alteravano i lineamenti aggraziati. I suoi occhi erano vitrei, privi della luce e della vitalità che avevano sempre caratterizzato il suo sguardo.

"Perché sei tornato?" ha chiesto con una voce monotona, quasi meccanica. "Vance mi aveva detto che saresti scappato dopo aver visto il documento dell'ospedale."

"Marta, ascoltami!" ho detto muovendo un passo verso di lei con le mani alzate. "Quel medico ti sta usando! Ti sta somministrando farmaci che alterano i tuoi ricordi! Non c'è mai stato alcun test del DNA legittimo, e io non ho mai fatto del male a Roberto!"

Marta ha scosso la testa con lentezza, mostrando un piccolo blocco di appunti rilegato in pelle nera che teneva stretto tra le mani: "Questo è il diario di mamma, papà. L'ho trovato dietro la trave del soffitto della mia camera, esattamente dove mi avevi detto di non guardare mai da piccola."

"Tua madre ha nascosto quel diario per proteggerci, non per accusarmi!"

"Allora spiega quello che c'è scritto qui!" ha gridato Marta, ritrovasse d'un tratto una sprazzo di rabbia reale. "In data 14 ottobre 2001, mamma ha annotato che tu sei tornato a casa con i vestiti macchiati di fango e che hai nascosto una valigetta di metallo sotto il pavimento della cantina dell'Ospedale San Giusto! La stessa notte in cui Roberto è scomparso per sempre!"

Quelle parole mi hanno colpito come un fulmine. I ricordi di quella notte di venticinque anni fa, che avevo ricacciato nelle profondità della mia memoria per decenni, sono riaffiorati all'improvviso con spaventosa chiarezza.

Non ero stato io a nascondere quella valigetta. Era stata Laura a chiedermi di trasportarla lontano da casa nostra per salvare la vita di Roberto.

"Marta," ho detto avanzando lentamente finché non sono stato a un metro da lei. "Tua madre non ti ha raccontato tutta la storia in quel diario perché non voleva che tu vivessi nell'ombra del pericolo. Roberto non è stato ucciso in questa città. Roberto è fuggito all'estero venticinque anni fa con l'aiuto di tua madre e mio, perché stava cercando di smascherare una rete di finanziamenti illeciti che coinvolgeva i vertici della Procura di Trieste... incluso il padre del Dottor Vance!"

Marta è rimasta immobile, mentre una lacrima solcava il suo viso pallido. Ma prima che potesse rispondere, una voce fredda è risuonata dalle spalle, dalla porta d'ingresso che era rimasta aperta.

"Una favola davvero commovente, Signor Rossi. Peccato che non ci sia alcuna prova a confermare questa sua versione dei fatti."

Il Dottor Julian Vance era sulla soglia, tenendo in mano una pistola nera puntata verso di noi.

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